Archeologia
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Il troppo verde
storpia |
La
vegetazione quando è eccessiva può costituire una minaccia per i beni archeologici:
è quanto succede spesso nel Molise dove l’ambiente integro rappresenta un
rischio per i ruderi.
Sembra paradossale, ma i nostri beni archeologici sono
soggetti al degrado causato più che dall’inquinamento
chimico dalla aggressione della vegetazione, in genere, assai rigogliosa
presente nelle zone dove sono ubicati i ritrovamenti.
Vi è da un lato la formazione di licheni che creano
danni meccanici e chimici alle pietre, potendo penetrare nelle porosità delle
rocce, oltre ad annerirle e, dall’altro
lato, vi è la diffusione delle radici sia nelle pavimentazioni sia nelle crepe
delle antiche murature incuneandosi anche nelle più piccole fessure delle
pietre. I semi delle piante ruderali possono spaccare le strutture murarie. I
muschi si sviluppano se vi sono strati di humus o altri aculi di natura
organica prodotti sia da batteri vegetali che animali.
A favorire l’impianto
di vegetazione è, specie per gli edifici di origine medioevale, la moda
prevalente negli scorsi decenni che voleva i paramenti murari a vista, anche lì
dove la tessitura era grossolana con larghi strati di malta fra le pietre, la
quale permette il facile allignamento delle radici. Dunque, abbiamo specie
microbiologiche come i funghi e i licheni e specie vegetali il cui sviluppo
dipende dai fattori ambientali del luogo e cioè la luce, la temperatura, l’acqua, l’umidità.
Ad Altilia, in particolare, vi è generalmente un clima
mite il quale unito alla fertilità del terreno porta all’affermazione della vegetazione nell’area archeologica. Si ribadisce che nel Molise, a differenza
di quanto succede altrove, per i resti archeologici poiché fortemente inseriti
nell’ambiente i maggiori pericoli
sono costituiti dall’eccessiva ricchezza
ambientale che porta con sé la crescita della vegetazione.
Un pericolo, quello legato alla vegetazione, non solo
per i valori estetici (in quanto le piante riducono la visibilità dei resti) ma
specialmente perché le radici delle erbacce hanno un’azione meccanica che danneggia le strutture (non solo
queste, ma anche gli elementi decorativi tra cui le pavimentazioni mosaicate
quale quella non distante dal Foro di Altilia) e perché portano alla diffusione
dei licheni sulle superfici calcaree producendo l’alterazione
almeno della patina epidermica. Nei casi più gravi si hanno deterioramenti
delle caratteristiche chimiche dei materiali che compongono una costruzione
antica quando essi vengono a contatto con i microrganismi viventi che si
sviluppano insieme alle specie vegetali.
Tutto ciò è stato già detto, ma non si è parlato finora
dei rimedi. Il più semplice è quello della costante pulizia dell’area archeologica perché la crescita della vegetazione è
diretta conseguenza dell’assenza
di manutenzione. In effetti, ad Altilia, si è tentato a più riprese di attivare
un’azione continua per l’estirpazione delle erbe anche attraverso l’impiego dei Lavoratori Socialmente Utili.
Più spesso, per rimuovere la copertura vegetale
indesiderata si è fatto ricorso ad agenti chimici e cioè ai classici
diserbanti; non è stato invece tentata l’applicazione
delle tecniche di «lotta biologica integrata» che si vanno sperimentando per
gli stessi scopi in agricoltura. I prodotti chimici andrebbero evitati sia
perché possono provocare l’inquinamento
del suolo sia perché possono danneggiare o semplicemente falsare i valori
cromatici di intonaci, pitture, ecc. di beni archeologici non ancora venuti
alla luce.
FRANCESCO MANFREDI-SELVAGGI