Paesi
La diaspora dei villaggi
Il
fenomeno della diffusione urbana interessa molti paesi molisani specie quelli
dove tradizionalmente vi è la tendenza ad insediarsi in campagna.
Quando si parla di diffusione urbana, generalmente si
pensa ad una caotica dispersione di case e di attività, senza alcun ordine.
Invece si riesce ad individuare una certa logica nell’ubicazione degli edifici
all’interno dell’agro rurale. Questa è data dall’allineamento, più o meno
definito, dei fabbricati lungo qualche strada. Lo riscontriamo a Venafro nel
percorso che conduce verso Napoli oppure a S. Giuliano del Sannio in direzione
di Campobasso oppure, ancora, a Trivento prima di giungere al centro abitato
scendendo a monte Lungo.
Ovviamente non si tratta di un’edificazione continua,
bensì essa avviene per punti, quasi aggrumandosi i manufatti in alcune parti di
questa via. Ciò determina l’esistenza di immagini insediative diverse, come si
verifica a S. Massimo dove, pur attestandosi ai margini della medesima strada,
quella di allacciamento del paese alla statale, si ha prima un piccolo nucleo
di stabilimenti commerciali e poi, distanziato da questo, una breve sequenza di
villette unifamiliari seguita da alcuni gruppi di complessi residenziali
turistici; tale diversificazione di fatti urbanistici e la loro discontinuità
non fa emergere con evidenza la comune collocazione ai lati di questa
direttrice.
Pertanto, piuttosto che di confusa disseminazione nel
territorio siamo di fronte ad una aggregazione dei vari episodi secondo arterie
viarie. Se si ha un giudizio negativo sul fenomeno della «rurbanizzazione» per
via della casualità delle localizzazioni, bisogna anche dire che la
disposizione delle residenze e delle realtà produttive ai bordi di strade
permette di riconoscere un certo ordine allo sviluppo insediativo. Di
controconto se il percorso stradale può essere definito un elemento coagulante
e, quindi, capace di assicurare regolarità alle spinte diffusive, esso provoca
una localizzazione del contesto territoriale facendo sparire le singolarità che
connotano il paesaggio tradizionale. Si viene a perdere la memoria storica dei
luoghi, rimanendo la strada, la quale è pur essa un segno del passato, l’unica
testimonianza della configurazione del territorio in epoche trascorse.
Si sta discutendo della strada, ma a volte è più
opportuno parlare di maglia stradale, come negli intorni del capoluogo
regionale in cui si legge una fitta rete viaria intorno alla quale si
dispongono, in maniera sempre più fitta, fabbricati; nella maglia viaria è
possibile distinguere arterie principali e secondarie che contribuiscono a
definire una struttura territoriale articolata. Ciò di cui stiamo discutendo è
una trasformazione spontanea dello spazio rurale che nella programmazione
urbanistica comunale non viene quasi mai tenuta in conto. A Baranello non è
così: qui il piano regolatore già alcuni decenni or sono aveva preso in
considerazione questa tendenza, anche per la particolare situazione di questo Comune
in cui è notevole la distribuzione sparsa delle case.
Il PRG di Baranello ha previsto una fascia di
espansione proprio ai margini della provinciale che collega con Campobasso. Qui
l’indice di edificabilità essendo quello delle “zone C” per cui l’effetto
visivo che si verrebbe ad avere, qualora tale fascia fosse saturata, è quella
di una massa immobiliare consistente con una cortina edilizia che fa da schermo
alla campagna retrostante. Seppure le facciate non volgono necessariamente
verso la strada (essendo possibile posizionare in modo libero i fabbricati) e
sebbene la densità non è tale da determinare la continuità delle pareti (a
differenza dei percorsi urbani che sono caratterizzati proprio dalla reciproca
corrispondenza tra impianto viario ed edificato) questa disposizione fa pensare
ai «fronti a mare» creati per nascondere rispetto ai percorsi principali la
disorganicità della crescita insediativa avutasi alle spalle.
Inoltre la intensificazione delle cubature in
prossimità della strada viene a determinare, laddove (e ciò è frequente) vi
sono raggruppamenti di case sparse, un andamento volumetrico crescente che
porta dal suolo agricolo a queste case fino alle palazzine situate vicino alla
strada o, visto al contrario, una sfumatura dei “pieni” man mano che ci si
allontana dalla strada verso la campagna la quale può essere definita il
“vuoto”. Finora si sono esposti gli aspetti positivi della strada quale
elemento ordinatore dello sviluppo edilizio: va, però, precisato che essa non è
sufficiente a garantire la qualità urbanistica in assenza di normative che
disciplinino i tipi edilizi e le caratteristiche architettoniche delle
costruzioni. Vi è poi il problema del tempo entro cui si realizza questa
espansione che fino a quando non si è completata rimane, sicuramente dal punto
di vista percettivo, una cosa incompiuta e la durata del processo non può
essere stabilita dallo strumento urbanistico.
È difficile, poi, immaginare in una crescita lineare
i “servizi di quartiere”, appropriati spazi pubblici, le attrezzature per la
coesione sociale, cioè per costruire il senso di comunità, limitandosi
l’estensione urbana alle sole residenze private, con l’inserimento di qualche
attività produttiva. Le viste panoramiche, specie quando la strada, come è a
Baranello, ha una altimetria mossa e molte curve non riescono a compensare
l’assenza di infrastrutture collettive. Migliore sembra la situazione di
Termoli: in corrispondenza degli ingressi alla città è stata prevista una sorta
di «strade-parco» che sono delle lingue di territorio di spessore significativo
da destinare a verde. Qui è, appunto, il verde il fattore di connessione dello
sviluppo edilizio, ma, purtroppo, numerose “riclassificazioni urbanistiche” ne
stanno snaturando il significato.
di FRANCESCO MANFREDI-SELVAGGI
(da
@ltromolise 2007-08-05 01:22:53)