Ambiente
Un paesaggio buttato in
politica
Le
politiche per il paesaggio sono normalmente di tipo vincolistico. La dimensione
progettuale è assente sia nei piani paesistici che nella valutazione di impatto
ambientale.
Una
delle forme più efficaci di difesa paesaggistica è quella della sua pianificazione
ed, allora, i compiti principali spettano alla Regione. È evidente che fare
piani spetti a lei che, del resto, è l’ente di pianificazione per antonomasia.
La Regione fa piani di ogni tipo (da quello commerciale a quello agricolo a
quello idrogeologico e così via), i quali, sarebbe opportuno, dovrebbero essere
parte di un unico sistema di pianificazione. Invece, a volte non è così o,
almeno, come succede nel Molise, vi sono difficoltà a far interagire fra di
loro i vari piani, ad esempio il “piano strategico territoriale” e il “piano
paesistico” ambedue in corso di redazione. Sarà, forse, perché l’uno pone
attenzione alla questione del sistema economico e l’altro è più vicino alle
tematiche della natura, campi, in effetti, dal punto di vista delle competenze
disciplinari coinvolte, molto diversi. Parlare di piano paesistico significa
entrare in un campo molto variegato perché ogni Regione ha adottato un suo modo
di pianificazione, mancando un riferimento univoco nella legislazione nazionale
in materia: si differenziano le scale territoriali di progettazione, la
profondità scelta per le analisi, la metodologia di redazione. Un ricorrente
atteggiamento è quello di una vasta produzione di studi preliminari, alla quale
non è detto sia associata un’articolazione altrettanto ampia delle misure di
conservazione, che spesso consistono semplicemente nella suddivisione del
territorio in parti, per ognuna delle quali viene stabilito un distinto grado
di tutela. invece, nei piani paesistici molisani al gran numero di indagini
eseguite corrisponde una puntuale disciplina d’uso dei molteplici contesti
paesaggistici. Un pericolo inserito in tale impostazione è quello che tanti
tipi di analisi, poiché settoriali (geologiche, agronomiche, percettive, ecc.)
portano ad una frammentazione delle conoscenze e, quindi, all’incapacità di
riconoscere il paesaggio, sia pure per unità minime, come globalità; bisogna
dire che all’epoca della formazione dei nostri piani paesistici, siamo alla
fine degli anni ’80, non erano ancora disponibili scienze che affrontano il
tema del paesaggio nella sua interezza, ma solo aspetti settoriali quali la
geomorfologia, la botanica, la storia insediativa. Va, poi, aggiunto, sempre a
proposito dei piani paesistici della nostra regione ma anche delle altre, che
un’altra schematizzazione nella lettura del paesaggio è la sua riduzione in
piccoli ambiti; in realtà, gli 8 grandi comprensori coincidenti con gli 8
piani, raggruppando più unità minime, costituiscono dei macroambiti e, in
qualche modo, ciò invita ad una interpretazione del paesaggio per aree di
dimensione crescente. Nel cambiamento della scala aumenta, come è ovvio, la
complessità dei fenomeni ambientali. I piani paesistici, ma in genere qualsiasi
strategia per il paesaggio, hanno come finalità quasi esclusiva quella
vincolistica: siamo passati, così, ad un altro argomento, quello se le
politiche paesaggistiche devono limitarsi alla salvaguardia, oppure se devono
avere anche contenuti progettuali. Quelli del Molise sono dei piani delle
«invarianti», le quali sono rappresentate da quei valori dell’ambiente che non
possono essere modificati qualsiasi siano le ipotesi di sviluppo. Questo
atteggiamento condiziona la formazione dei piani paesistici, ma pure le
Valutazioni di Impatto Ambientale che, ormai, sono diventate frequenti da noi.
Infatti nelle procedure della VIA vengono prese in considerazione solo gli
effetti negativi che un’opera ha sull’ambiente, e, quindi, sul paesaggio, ma
non si analizza la sua capacità di crearne uno nuovo. VIA e pianificazione
paesistica, nel Molise, ma anche altrove, hanno in comune, inoltre, la
scansione delle indagini per segmenti distinti, che non si conclude con una
ricomposizione della situazione ambientale nella sua integrità. Infine, va
sottolineato che la VIA è concepita per indagare le conseguenze di un
intervento, essenzialmente, sull’uomo, piuttosto che sul mondo animale e
vegetale, portando così, tra l’altro, a mettere in secondo piano le alterazioni
sul paesaggio. Invece la Valutazione di Impatto Ambientale potrebbe essere
utilmente inserita nel processo di pianificazione paesistica per verificare le
trasformazioni che le norme di tutela possono causare sulla situazione
ambientale.
di FRANCESCO MANFREDI-SELVAGGI
(da
@ltromolise 2007-03-06 01:22:53)