Elezioni regionali 2006
Analisi del risultato elettorale 2006
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Il disastroso esito elettorale del 5 e 6 novembre ha
messo a nudo tutta la fragilità e le debolezze del centrosinistra molisano. Un
centrosinistra che pur in presenza di una prova di governo oggettivamente
negativa di Iorio e del centrodestra, anzi pessima, è riuscito a perdere in
malo modo la competizione ma non ha avviato alcuna seria analisi. La situazione
è a dir poco drammatica e meriterebbe una riflessione seria e profonda, senza
reticenze, senza riserve, se deve essere utile alla coalizione, alle forze
politiche ed alla società molisana. Sarebbe necessaria una analisi non
contingente e scevra da miopi calcoli di bottega, o dal retropensiero, che
anima più di qualcuno, improntato al motto: “togliti tu perché devo sedermi
io”. Che scopra le ragioni vere della sconfitta perchè, forse, anche in
presenza di un esito elettorale diverso è lecito dubitare che comunque
avrebbero vinto la politica e il Molise. Se analisi si deve fare, e si deve
fare, facciamola davvero. La batosta elettorale deve essere il punto di
partenza della riflessione e non di arrivo. E, soprattutto, l’analisi deve
essere finalizzata a cambiare la politica.
Questa politica, diventata ormai un mero strumento di
occupazione del potere e sempre meno strumento per governare processi, per cambiare
questa società, per renderla effettivamente libera, per eliminarne le storture,
per renderla più equa, più giusta, più solidale, non solo a chiacchiere. Una
analisi che inevitabilmente investe la politica regionale e quella nazionale.
Perché se la politica regionale soffre di un patologia acuta e cronica, quella
nazionale non gode certo di buona salute. Da troppi anni la politica si è
impantanata, è fine a se stessa. I politici sono diventati una vera e propria
casta, a destra e a sinistra.
Non sto chiedendo di rallentare i tempi della
riflessione. Al contrario. A me sembra chiarissimo il tentativo delle forze
dell’Unione teso a far decantare, o a cloroformizzare, la situazione, nella
speranza che passata la bufera tutto torni come prima. E’ sempre successo nel
passato. Forse l’attuale gruppo dirigente dell’Unione pensa che la cosa possa
ripetersi. Se si ripeterà sarà il disastro. Del resto è quanto sta avvenendo.
Nulla cambia, anche in presenza di una sconfitta come quella subita alle
regionali.
Tutto secondo copione.
Ruta ha dichiarato subito dopo il voto che le responsabilità sono sue. Egli sa bene che all’interno del suo partito non ci sono le condizioni per mettere in discussione la sua leadership. Non a caso si è presentato dimissionario e il partito all’unanimità ha respinto le sue dimissioni. Assumendosi tutte le responsabilità ha voluto scagionare i gruppi dirigenti degli altri partiti per metterli al riparo da possibili e probabili richieste di dimissioni provenienti da settori delle rispettive forze politiche. Ruta non si è assunto la piena responsabilità della sconfitta perché è particolarmente generoso, tutt’altro. Lui sa bene che le sue prospettive politiche dipendono proprio dalla possibilità di mantenere in vita l’attuale gruppo dirigente della intera coalizione, che ha responsabilità al pari di Ruta. Questo gruppo dirigente garantisce Ruta, Ruta garantisce questo gruppo dirigente.
Secondo la logica del gruppo dirigente dell’Unione introdurre elementi di discontinuità sarebbe “pericoloso” per tutti (loro). Siamo al solito gioco delle parti. I gruppi dirigenti dei partiti prima delle elezioni si sono accordati alle spalle degli elettori del centrosinistra ed ora si accordano per tenere in piedi questo baraccone per evitare ogni possibile cambiamento.
Abbiamo bisogno, invece, di un confronto collettivo (e non se ne vede l’ombra) in assenza del quale non si può chiedere di tacere o aspettare. Non ci si può chiedere di morire di inedia. Ha fatto bene chi ha avviato autonomamente l’analisi e ben vengano tutte quelle iniziative volte a coinvolgere nel dibattito “il popolo della sinistra e del centrosinistra”, a farlo uscire dalle stanze degli “addetti ai lavori”, che troppo spesso hanno tutto l’interesse a fare analisi di comodo.
di DOMENICO DI LISA
Analisi del risultato elettorale 2006
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Sembra che i segretari regionali dei partiti dell’Unione facciano risalire le cause della sconfitta principalmente alla legge finanziaria. Il condizionale è d’obbligo perché nessuno ha contezza di ciò che si dice all’interno dei partiti, se si dice qualcosa.
La coincidenza della
campagna elettorale per le elezioni regionali con l’avvio della discussione
della legge finanziaria nazionale non ha aiutato il centrosinistra molisano ed
ha pesato negativamente sull’esito elettorale. Ma non ho alcun dubbio che
non si è trattato di difetto di comunicazione della legge finanziaria,
così come sostengono le segreterie dei partiti, quanto del merito della
manovra. Se fosse vero il fatto che c’è stato un difetto di comunicazione, chi
sarebbero i responsabili della cattiva comunicazione se non i segretari
regionali dei partiti, tra i quali figurano ben tre parlamentari ed il
candidato presidente ? Perché elettoralmente sarebbero stati penalizzati solo
alcuni partiti dell’Unione e non tutti ? Prodi ed il centrosinistra hanno
ereditato una situazione disastrosa del Paese, le cui responsabilità fanno capo
certamente al governo Berlusconi. Ma veramente qualcuno può ritenere che il
declino dell’Italia, il macigno del debito pubblico, il decadimento etico e
morale, la crisi del nostro sistema democratico sono il frutto solo, e
sottolineo solo, dei cinque anni del governo di centrodestra?
Di fronte al disastro, che proietta il nostro Paese più verso l’Argentina che
verso l’Europa e gli stati più avanzati, e ad un esito elettorale
nazionale nient’affatto netto, chiaro, inequivocabile, la risposta non poteva e
non doveva essere un Governo con cento ministri e viceministri, funzionale a
soddisfare unicamente gli appetiti degli apparati dei partiti. Un Governo la
cui autorevolezza è quantomeno discutibile.
Avevamo bisogno di una forte
e seria assunzione di responsabilità, che non c’è stata.
Si è addirittura introdotto il principio delle dimissioni dalla carica di
Parlamentare per coloro che ricoprono incarichi di governo, e non per marcare
una reale autonomia del Parlamento rispetto all’Esecutivo quanto piuttosto per
garantire il posto a chi non era riuscito ad essere “nominato utilmente”
parlamentare.
Il popolo del centrosinistra
aveva bisogno e chiedeva un vero e proprio atto di rottura con la politica che
ormai da decenni fa rima con lo sperpero delle pubbliche risorse. Si aspettava
una manovra economica che puntasse in primo luogo ad eliminare o, quantomeno, a
ridurre significativamente i privilegi (a partire da quelli di chi fa
politica), ad una riforma strutturale dei meccanismi di spesa, alla abolizione
delle migliaia di enti inutili, allo sfoltimento deciso dei tantissimi livelli
istituzionali che con molta fantasia sono stati creati nel corso degli anni.
Dall’Unione si aspettava il “buon esempio” ed avrebbe non solo accettato di
fare sacrifici e rinunce, così come ha fatto in passato, ma sarebbe addirittura
sceso in piazza a sostegno della legge finanziaria perché ne avrebbe
colto il respiro (qualcuno parla opportunamente di mission), la generosità di
una classe dirigente motivata e legittimata, il forte impegno a far ripartire
il Paese, a ridare fiducia in un futuro migliore, a riposizionare l’Italia tra
i Paesi non solo più forti economicamente ma anche più moderni. Invece abbiamo
consentito a chi ha provocato disastri, di scendere in piazza per protestare
contro una legge finanziaria che, purtroppo, per molti aspetti si muove sulla
stessa lunghezza d’onda di quelle precedenti.
I Partiti che prima hanno
nominato i Parlamentari oggi sono preoccupati ed impegnati a frenare ogni
istanza di rinnovamento, di cambiamento reale. Il problema principale che
sembrano avere è quello di consolidare i meccanismi di occupazione del
potere.
Sono convinto che se Ruta
avesse dichiarato senza mezzi termini su tutte le piazze di voler fare nel
Molise una operazione di profonda pulizia, denunciando al contempo il
comportamento di Michele Iorio, che mentre attaccava la finanziaria per non
aver puntato alla riduzione delle spese ma all’aumento della fiscalità
percepiva tre o quattro indennità (senatore, presidente della giunta regionale,
commissario per il terremoto, commissario per l’alluvione) e continuava a
sfornare provvedimenti clientelari assolutamente illegittimi oltre che
penalmente rilevanti, gli elettori avrebbero capito e avrebbero premiato
l’Unione. Così come avrebbero capito che se il Governo nazionale è costretto a
fare una manovra finanziaria di 35 miliardi di euro la responsabilità è anche
della Regione Molise che ha accumulato un debito di oltre 500 milioni di euro
nel solo settore della sanità ed ha sperperato in modo indecente ingenti
risorse pubbliche che sono servite letteralmente a “comprare” il consenso. Ma
non è solo la Regione Molise a sperperare, sono anche le regioni –per fortuna
non tutte- governate dal centrosinistra, delle province, dei comuni. In poche
parole di tutti i livelli istituzionali. Purtroppo, i meccanismi di formazione
del consenso sono diventati gli stessi, per il centrosinistra e per il
centrodestra.
E’ da troppo tempo che la
sinistra ed il centrosinistra hanno smesso di credere che il consenso si
conquista con la qualità della proposta, del progetto e del programma politico,
con la linearità e trasparenza dei comportamenti e delle scelte, anteponendo
gli interessi generali a quelli personali. E’, ormai, convinzione radicata che
il centrosinistra può vincere solo attraverso la campagna acquisto di coloro
che detengono pacchetti di voti, come in una sorta di grande partita a dama.
Chi fa politica fuori da questi schemi è ritenuto un “fesso”. Per quelli
più generosi è un “ingenuo”. Purtroppo l’assenza di politica ha sancito
la validità di questa teoria.
di DOMENICO DI LISA
Analisi del risultato elettorale 2006
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La
responsabilità della pesantissima situazione è nel modo di concepire e
governare la pubblica amministrazione. Su questo terreno il candidato
presidente dell’Unione e le forze politiche avrebbero dovuto dare concreta prova
di volontà di rottura con il passato, anche con il proprio. Questa volontà
oggettivamente non c’è stata e non c’è e le scelte dei partiti stanno li a
dimostrarlo.
Il centrosinistra invece di attaccare ha giocato in difesa durante tutta la
campagna elettorale. Del resto per poter fare una campagna elettorale di
attacco bisogna avere le carte in regola per poterla fare, e farla
sistematicamente. Purtroppo, dobbiamo ammetterlo, il centrosinistra non ha dato
concreta prova di “diversità” laddove è forza di governo e tantomeno ha fatto
opposizione alla Regione durante la legislatura.
L’opposizione
istituzionale è stata debole ed inadeguata, ed in molti casi anche incline
all’inciucio. Ma, paradossalmente, è stata anche l’unica forma di opposizione. In
questi cinque anni l’opposizione politica è stata del tutto assente e quella
sociale non ha certamente brillato. Qualcuno ricorda prese di posizione delle
forze politiche nei confronti dei gruppi consiliari per spingerli a evitare
ogni forma di contiguità con il Governo regionale? Mai. Del resto se la
responsabilità di una opposizione istituzionale troppo debole fosse
addebitabile unicamente agli eletti, come spiegare la ricandidatura di tutti i
consiglieri uscenti? Molte volte in questi cinque anni ho avuto netta la
sensazione che fare seriamente opposizione in Consiglio regionale desse quasi
fastidio, non a Iorio e al centrodestra (sarebbe stato del tutto normale) ma,
alle forze politiche del centrosinistra.
In questi anni sono passati nel più assoluto silenzio, o sono stati
sottovalutati da gran parte dei consiglieri regionali e da tutte le forze
politiche, fatti gravissimi che mettevano in evidenza una degenerazione
strutturale del sistema: i procedimenti giudiziari riguardanti il
vicepresidente Patriciello, l’arresto di Molinaro, la vicenda di Termoli legata
alla gestione della sanità, che ha portato all’arresto di Di Giandomenico e
all’azzeramento del vertice della ASL.
Il
centrosinistra è sembrato preda di una sorta di riflesso condizionato e di fatto
è arrivato a negare l’esistenza della questione morale, che è il vero problema
di questa politica. Non è casuale la circostanza che durante la campagna
elettorale questi temi sono stati completamente ignorati sia dal candidato
presidente che dalla stragrande maggioranza delle forze politiche e dei
candidati.
Aver abbandonato il terreno della difesa dei valori e dell’etica, è stato un
errore che ha sottratto alle istituzioni e ai partiti compiti propri di
direzione politica caricando la magistratura di funzioni che non le competono.
Una magistratura, peraltro, che in molti casi ha dato l’impressione di non
essere particolarmente attenta e solerte a reprimere gli atteggiamenti e le
scelte che violavano palesemente il codice penale o quelle che hanno determinato
gravi danni erariali. Comunque sia, le indagini giudiziarie hanno evidenziato
chiaramente un sistema diffuso e ramificato di illegalità rispetto al quale la
politica ha fatto registrare un silenzio assordante ed emblematico. La
politica, compreso il centrosinistra, che avrebbe dovuto saper fare pulizia al
proprio interno espellendo, almeno temporaneamente, dal circuito coloro che
sono indagati o addirittura arrestati per reati gravi. I partiti ricordano
perché si usa il termine candidato? Nonostante i terremoti giudiziari, la
politica e le istituzioni invece di interrogarsi su come estirpare
definitivamente il cancro del malaffare, su come costruire istituzioni
democratiche al servizio del cittadino e non dei profittatori, hanno taciuto.
Il centrosinistra ha taciuto non solo rispetto a fatti eclatanti ma anche
rispetto alla quotidiana violazione del codice penale e a quello del “buon
senso”.
A nulla sono
serviti i ripetuti inviti a coordinare le attività di opposizione svolte in
Consiglio regionale con quelle degli altri livelli istituzionali governati dal
centrosinistra, a sforzarsi di definire, almeno per grandi linee, un progetto
politico-programmatico alternativo a quello del centrodestra.
Il centrosinistra ha perso perché non aveva alcun progetto alternativo a Iorio.
Forse non aveva progetto, e tantomeno un programma.
Il progetto
ed il programma non sono un libro che si scrive in occasione di una elezione ma
il frutto di battaglie politiche quotidiane, fatte dalla maggioranza o
dall’opposizione, di posizioni e proposte che si sedimentano nel tempo e
diventano il naturale terreno sul quale si riconoscono gli elettori.
Perché il
centrosinistra oggi si meraviglia del risultato elettorale negativo? Perché non
ha mai chiamato le cose per nome e cognome? Perché non ha neanche provato a
dare battaglia per emarginare coloro che usano la politica e le istituzioni per
fini personali? Si è reso conto che la sfiducia nei confronti delle istituzioni
e della politica è pressoché totale e che è proprio questa sfiducia il brodo di
coltura nel quale Iorio ed il centrodestra hanno costruito la loro vittoria?
Qualcuno riflette sul fatto che Molinaro, nonostante tutto, è stato il primo
eletto di FI migliorando la performance di cinque anni fa? Si sente in qualche
modo responsabile? Quale credibilità poteva avere il centrosinistra, che aveva
la pretesa di costruire “un altro Molise” ma ha dimostrato di non avere alcuna
voglia di combattere seriamente le degenerazioni e le storture del Molise che
c’è?
di DOMENICO DI LISA
Analisi del
risultato elettorale 2006 \4
Le ragioni dell’attuale situazione del centrosinistra
molisano vanno ricercate anche nel passato meno recente.
Il clientelismo è diventato il vero cancro, il vero
tratto identitario del Molise. Esso è tanto forte e pervasivo che è riuscito a
contaminare e depotenziare anche la sinistra molisana che, quando è stata
chiamata dagli elettori a governare il Molise a tutti i livelli istituzionali,
non ha nemmeno provato seriamente ad introdurre elementi di discontinuità e di
rottura, a mettere in discussione i metodi, gli obiettivi e gli interessi che
il sistema di potere democristiano aveva costruito e rappresentato per oltre un
quarantennio.
La sinistra non ha raccolto la richiesta di profondo
cambiamento di metodo e di merito, chiaro ed inequivocabile, che gli elettori
hanno lanciato nel 1995.
Proprio mentre la maggioranza dei molisani prendeva
coscienza della impossibilità di continuare con vecchie logiche che mal si
conciliavano con le mutate situazioni economiche e politiche in cui era venuto
a trovarsi il Paese, la sinistra molisana ed il centrosinistra, tranne
eccezioni, hanno invece interpretato il consenso ricevuto come una semplice
richiesta di avvicendamento di “ceto politico”.
Nel centrodestra trovò rifugio gran parte
dell’inossidabile gruppo dirigente democristiano. La sinistra, che
inaspettatamente si misurò con il governo, si fece risucchiare all’interno di
logiche lottizzatorie e spartitorie e di una concezione della politica ridotta
a pura e semplice occupazione del potere, in perfetto stile democristiano,
depotenziando la carica innovativa e rinnovatrice che saliva dalla società
molisana. Successivamente si fece coinvolgere in quel fenomeno tipicamente
meridionale chiamato trasformismo.
La sinistra, approdata alla concezione del potere
fine a se stesso, legittimò politicamente operazioni sfacciatamente
trasformistiche, anziché combatterle con determinazione. Quelle operazioni si
sono rivelate un vero boomerang. Tanto che, negli ultimi anni 90, il Molise
diventò il laboratorio dei ribaltoni e controribaltoni, mutuato rapidamente
dalle altre regioni meridionali, che portarono il Parlamento a modificare la
Costituzione introducendo la norma che prevede la elezione diretta del
Presidente. Il centrosinistra ha la responsabilità di aver contribuito a far
cadere ogni remora politica sul fenomeno trasformista, di aver fatto assurgere
a disvalore la coerenza politica, anche in un sistema bipolare. Venuta meno
nell’immaginario collettivo la prospettiva di alternativa ed il ruolo di motore
del cambiamento della sinistra, i vecchi gruppi dirigenti di estrazione
democristiana hanno avuto gioco facile a riconquistare un ruolo chiave e,
trasversalmente, a dettare le scelte e la scansione temporale dell’agenda politica,
in entrambi gli schieramenti.
In perfetto stile gattopardesco sembra cambiato tutto
mentre in verità non è cambiato nulla. Anzi. Il fenomeno trasformistico e
quello clientelare non solo non si sono affievoliti ma sono diventati
asfissianti ed i loro meccanismi bloccano ogni istanza di cambiamento reale.
In questa regione non esistono diritti, doveri.
Bisogna rivolgersi alla politica anche per le cose più banali, per vedersi
riconoscere i diritti più elementari. Ci vuole il l’assenso della politica
anche per respirare. La politica tiene sotto scacco quasi tutte le nostre
fragili imprese.
Oggi la sinistra paga caramente i propri errori ed ha raggiunto il suo minimo
storico. Complessivamente rappresenta appena il 17% degli elettori molisani. E’
diventata una forza marginale, incapace di incidere sui processi decisionali
importanti. Eppure il suo gruppo dirigente non fa una piega.
Su impulso della sinistra, soprattutto quella
radicale o di alternativa (radicale o alternativa in che cosa?), l’Unione
avrebbe dovuto incentrare la campagna elettorale regionale sulla
improcrastinabile esigenza di modernizzare il Molise, liberarlo dal giogo di
una greppia di potere che agisce come una sanguisuga, per ridare speranza a
quei tantissimi giovani costretti a trovare fortuna altrove, per riaffermare la
dignità della politica e la sua essenziale funzione di servizio. Per essere
credibile e vincere la competizione elettorale, l’Unione avrebbe dovuto,
attraverso un metodo democratico (le primarie) ed un confronto ed un dibattito
vasto e profondo, da avviare con congruo anticipo sulle elezioni, affidarsi ad
un candidato presidente e ad una squadra di governo, dichiarata preventivamente
(questo avrebbe dovuto essere il listino), che potesse incarnare l’alternativa
a Iorio.
In grado di
dimostrare che lo schieramento che rappresentava rimetteva in discussione prima
di tutto se stesso ed era pronto a rompere con il clientelismo ed il
trasformismo.
Bisognava avere il coraggio di dire senza mezzi termini che il Molise, che ha
fondato la sua crescita economica sulla spesa pubblica, non potrà esistere
ancora come entità autonoma senza ripensare e ridefinire la propria impalcatura
politica ed istituzionale, da improntare ad una forte semplificazione, e senza
cimentarsi con l’esigenza di definire un modello economico compatibile con le
caratteristiche territoriali ed umane di questa regione.
C’era bisogno di un grande sforzo collettivo, in
grado di coinvolgere pienamente gli uomini di cultura, le forze politiche, le
forze sociali ed economiche, le associazioni, i cittadini. Uno sforzo teso a
definire e costruire una nuova “identità ” del centrosinistra e del Molise. Una
identità libera definitivamente dalla logica feudale e clientelare che
impedisce il dispiegamento delle potenzialità delle risorse intellettuali
presenti nel Molise, che valorizzi le capacità, le competenze, le
professionalità, la coerenza, l’onestà. I danni più grandi per questa regione
derivano dalla primazia della mediocrità.
Troppo spesso la politica, anche quella di centrosinistra,
ha imposto “clienti” incapaci nei posti chiave di responsabilità, mortificando
le persone meritevoli e capaci.
Potevano Ruta, per le sue personali caratteristiche e
per la sua storia politica, e quel listino rappresentare una alternativa credibile
a Iorio ed ai suoi metodi sfacciatamente clientelari e trasformistici? Gli
elettori si sono trovati di fronte a due proposte apparentemente alternative ma
che di fatto erano il frutto della stessa logica, della stessa cultura. Per
questo hanno scelto chi meglio la poteva rappresentare.
di DOMENICO DI LISA
Analisi del
risultato elettorale 2006 \5
La legge elettorale fatta dal centrodestra, con la
quale è stato eletto l’attuale Parlamento, rappresenta il punto di massima
caduta del sistema democratico. Parlare di elezioni è decisamente fuori luogo.
Si è trattato di elezioni o di vera e propria nomina dei parlamentari ad opera
di ristrette oligarchie, che spesso non hanno avuto alcun ritegno ad inserire
tra i nominandi, parenti, amanti, amici ?
Il massimo del potere dei partiti ha coinciso con
l’apice della loro crisi. Oggi i partiti sono diventati dei puri e semplici
comitati elettorali, comitati di famigli e clientes, incapaci di far vivere una
vera vita democratica interna. Le primarie dell’ottobre 2005 per scegliere il
candidato Premier fecero registrare quella massiccia partecipazione,
inaspettata nelle sue dimensioni anche dai più ottimisti, proprio perché gli
elettori del centrosinistra volevano, con la loro partecipazione, dimostrare
quanto grande era la voglia di essere protagonisti e di volersi riappropriare
delle scelte fondamentali per troppo tempo appannaggio esclusivo delle
segreterie dei partiti. Vale la pena ricordare che nel Molise alle primarie
parteciparono circa 25 mila elettori, almeno un elettore di centrosinistra su
quattro.
Fu un fatto così straordinario che i partiti ne ebbero terrore e si guardarono
bene dal riproporre lo stesso metodo per la scelta dei candidati delle proprie
liste.
Potevano i
partiti del centrosinistra farsi sfuggire di mano una occasione d’oro, creata
dalla riforma del centrodestra, e rischiare di eleggere qualche rompiscatole,
spurio rispetto al loro sistema o di lasciare a piedi qualche servo sciocco?
Dopo le
primarie del 2005 quasi tutte le forze politiche si dichiararono favorevoli ad
adottare lo stesso metodo sia per scegliere il candidato presidente dell’Unione
alla Provincia di Campobasso che alla Regione. Solo i comunisti italiani
dichiararono apertamente la loro contrarietà alle primarie, per una questione,
addirittura, ideologica! Fatto è che durante il mese di luglio e agli inizi di
agosto, in spregio ad ogni dichiarazione e impegno formale che avevano assunto
sulle primarie, i segretari regionali dei partiti si riunirono per giorni e
giorni, e non per discutere dei problemi del Molise e come affrontarli ma, per
decidere che uno di loro, ovvero Ruta, sarebbe stato il candidato presidente e
gli altri sarebbero stati candidati nel “listino”.
I segretari
che non trovarono posto nel listino ebbero la garanzia che avrebbero fatto
l’assessore, ed il cerchio si chiuse.
Cosicché tutti i propositi di voler ricorrere alle
primarie per scegliere il candidato presidente si dimostrarono una vera e
propria presa in giro. Molti elettori, soprattutto quelli della sinistra, di
fronte a questo ulteriore atto di arroganza dei partiti, non si sono turati il
naso, come solitamente hanno fatto nel passato. Non sono andati a votare. Altri
non si sono mobilitati, altri ancora hanno addirittura fatto ricorso al voto
disgiunto.
In tanti ritengono che Ruta abbia preparato la sua
candidatura da molto tempo. Avrebbe mandato Massa in avanscoperta, essendo
certo che i DS lo avrebbero impallinato. In effetti la candidatura di Massa è
stata anzitutto indebolita dalle sue dimissioni da Presidente della Provincia
-avvenute appena cinque mesi prima- e poi dal tiro incrociato apertosi
all’interno dei DS. Ruta, comunque, aveva lavorato con convinzione alla
candidatura di Massa e non aveva mai coltivato l’idea di candidarsi.
La candidatura era rischiosa, e lui lo sapeva bene.
Era rischioso prima di tutto perché il centrosinistra avrebbe potuto perdere
(le elezioni non sono mai scontate), così come è avvenuto, e poi perchè la
eventuale vittoria dell’Unione sarebbe stata la prova provata che chiunque si
era cimentato con il governo della Regione aveva fallito, ed in situazioni meno
drammatiche rispetto a quella attuale: Veneziale, Di Stasi, Iorio. Del resto
Ruta era stato rieletto deputato da pochi mesi ed è ancora molto giovane. La
sua candidatura ha preso corpo verso la metà di luglio. Patriciello,
probabilmente d’intesa con Di Giandomenico, ha convinto Ruta che l’UDC molisano
non avrebbe fatto l’accordo con Iorio e la Casa delle Libertà. L’UDC avrebbe
presentato un proprio candidato presidente determinando così la sconfitta di
Iorio. L’accordo organico tra UDC e Unione non era praticabile prima delle
elezioni. Avrebbe creato troppi problemi, spaccature e, certamente, la
presentazione di liste alternative. L’accordo si poteva fare, e si sarebbe
fatto, dopo le elezioni. Patriciello aveva però bisogno di un candidato presidente
del centrosinistra che lo garantisse, personalmente e politicamente, moderato.
Per Patriciello e l’UDC romano Ruta era la persona più adatta. La presenza dei
segretari dei partiti della sinistra “cosiddetta “ radicale o di alternativa
all’interno del listino e la promessa di incarichi assessorili per quelli che
non vi avevano trovato posto, rappresentava la copertura politica all’accordo
con Patriciello e la garanzia che l’accordo stesso si sarebbe concretizzato e
perfezionato dopo le elezioni.
Si spiega solo così la ostinazione di Ruta a
difendere un listino impresentabile. Le segreterie nazionali dei partiti pur
essendo a conoscenza del patto scellerato non hanno provato a bloccarlo e forse
lo hanno addirittura sollecitato. Patriciello ha lavorato coerentemente, fino
in fondo e con impegno, a concretizzare questo disegno. Non aveva avuto
problemi a convincere la segreteria nazionale del suo partito, dichiaratamente
al lavoro per destrutturate questo bipolarismo. I problemi sono nati
all’interno dell’UDC molisano.
Tutti, all’interno dell’UDC, avevano compreso che
Patriciello aveva raggiunto un accordo, non dichiarato, con Ruta ed il
centrosinistra. Tutti comprendevano i vantaggi personali per Patriciello, ma
non riuscivano a capire quali potevano essere i vantaggi per loro stessi. La
lista autonoma dell’UDC non è stata presentata semplicemente perché molti
esponenti dell’UDC a quelle condizioni non si sarebbero candidati. Patriciello
ha subito l’ennesima sconfitta ad opera di Iorio. Oggi consuma la “vendetta”
nei confronti di coloro che gli hanno fatto fallire il disegno, facendo in modo
che non entrino in Consiglio regionale. E’, però, riuscito a scegliere il
candidato presidente dell’Unione. Che capolavoro per i “dirigenti” dei partiti
del centrosinistra!
Quando Ruta si è reso conto che l’UDC si accordava
con Iorio non poteva più tornare indietro, non poteva ritirare la sua
candidatura ed ha perso ogni barlume di lucidità. Ha provato a rimettere in
discussione la composizione del listino ma è riuscito a convincere solo il
segretario di Rifondazione a fare un passo indietro. Ruta ha puntato con
convinzione tutte le carte sull’accordo con Patriciello, e Di Giandomenico.
Poteva attaccarli in campagna elettorale? Di fatto, l’Unione ed i partiti dello
schieramento non hanno condotto una vera e propria campagna elettorale. Su che
cosa avrebbero dovuto farla se non c’era traccia né del progetto né del
programma? Come avviene ormai da molto tempo, si sono mobilitati solo i
numerosissimi candidati, che nella maggior parte dei casi hanno condotto una
campagna elettorale con gli stessi “argomenti” (?) di quelli del centrodestra.
Il centrosinistra ha perso senza neanche provare a combattere.
di DOMENICO DI LISA