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Ringrazio
a nome dell'Associazione che rappresento (n.d.r.: "Italia
Nostra") per l'opportunità che ci viene offerta per
discutere su un tema attuale a sempre più "sentito"
anche dai non addetti ai lavori, come quello del patrimonio edilizio
ed in particolare di quello costituente i nostri centri storici:
la parte racchiudente gli edifici di più vecchia data dell'abitato.
Qualcuno potrebbe trovare troppo importante la dicitura di storico
per i nostri abitati, spesso di limitate dimensioni, costituiti
da agglomerati di edifici dalla architettura semplice e senza
esempi monumentali al di fuori di qualche edificio religioso.
Si tratta di complessi urbani, di un insieme di case l'una legata
all'altra, addossate alle chiese od ai castelli entro le cui mura
sono contenuti e lo completano strade, piazze e fontane, vicoli
ecc. in modo da creare un insieme architettonico legato alle ragioni
di vita, di lavoro e di arte.
Un insieme di stilemi architettonici, che se pure poveri nelle
linee o non proporzionati secondo canoni stilistici, costituiscono
quel filone di espressioni che vanno sotto il nome di architettura
minore che si differenzia da quella monumentale anche nei materiali,
nella tecnologia e della definizione dei particolari costituiti
da semplici elementi, spesso di facciata, quali portali di accesso,
cornici di finestre, scale, ringhiere ecc. dando spesso luogo
ad uno stile "paesano" che si mischia a quello classico,
medievale, barocco ecc..
Costituisce però un bagaglio storico artistico dove è
possibile leggere la storia e le vicissitudini delle popolazioni
e del lavoro umano.
La varietà e la ricchezza di forme denotano la piena vitalità
di una società padrona di se stessa come nel secolo XIII,
epoca di ripresa economica e di scambi, nel secolo XIV quando
il mondo contadino detiene il potere delle attività economiche
sul proprio territorio.
Nel periodo che inizia dai primi anni cinquanta, con la marginalizzazione
delle zone di montagna e della piccola azienda contadina, ecc.,
il mondo contadino perde ogni forma di dominio sul proprio territorio
e sulle attività produttive; scompaiono così tutte
le espressioni di cultura secolare, si cancellano usanze, tradizioni,
credenze, scompaiono le simbologie sulla pietra, anzi scompare
la pietra stessa con la eliminazione dei portali e finestre, con
la sostituzione di stipiti in travertino, marmo e cemento.
Il patrimonio edilizio esistente ed in particolare quello dei
centri di vecchia formazione e dei centri abbandonati costituisce
un patrimonio collettivo di inestimabile valore culturale e storico,
frutto del lavoro e della creatività di intere generazioni.
Va protetto e difeso, vanno recuperati, anche se con le enormi
difficoltà che tali operazioni presentano, altrimenti potrebbe
succedere quello che teme Vespa, che cioè "un giorno
arrivino i giapponesi e si comprino in blocco i nostri paesi".
L'aggettivo storico in questo caso è dato dal valore di
documento che questi hanno acquistato come esempi di architettura
minore nel complesso o come quadri di particolare aspetto panoramico
e quindi integrati nell'ambiente e tutelati da leggi di origini
ormai lontane.
Sono, in effetti, degli "organismi", ripeto organismi,
per le complesse interrelazioni a cui sono soggetti e vengono
influenzati da situazioni interne o esterne che ne determinano
la loro vita essendo in stretto rapporto con l'ambiente circostante
nel binomio città-territorio o città-campagna.
Perché questo recente interesse da parte delle stesse popolazioni
e questa presa di coscienza e di volontà per impedire il
degrado di tale patrimonio?
Cerchiamo di capire come sia avvenuto
nel corso degli anni questo degrado, che senz'altro è causato
da numerosi fattori, che qui elenchiamo sinteticamente e singolarmente.
A)
Abbandono per spopolamento, per
cause naturali, quali il decremento demografico o per cause artificiali
come la scelta di privilegiare l'edilizia ex novo con "disinteresse"
per gli interventi di riqualificazione così come la scarsa
denotazione di servizi nella parte più obsoleta dell'abitato.
In questo caso, cioè dell'abbandono perpetrato nel tempo,
gli edifici, in mancanza della necessaria manutenzione, se non
soggetto a crolli o a più recenti opere di rapina dei loro
elementi lapidei, riescono a conservare i loro caratteri originari
con il recupero tipologico (possibili incentivi, dati da finanziamenti).
B) Uso
non appropriato o esasperato del nucleo antico che origina scompensi
e produce trasformazioni del tessuto urbanistico (questo anche
nel caso delle piccole modifiche di alcune stradine a gradinate
trasformate in carrabili con conseguenti opere sugli edifici per
i nuovi usi).
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A volte si cerca di salvaguardare l'aspetto esterno dei manufatti,
si svuotano questi all'interno, con la distruzione delle tipologie
e dei caratteri costruttivi, lasciando le immagini di facciata.
Le trasformazioni di uso conseguenti tali operazioni immobiliari
con destinazioni per attività commerciali o per uso uffici
fanno scoppiare il centro storico che perde la "dimensione
umana" e di conseguenza la riduzione della qualità
della vita di chi vi opera o vi risiede.
E sì perché nei centri storici riqualificati e dotati
delle necessarie attrezzature, dove determinati problemi vengono
risolti, si vive senz'altro in modo diverso e meno stressante
e rimane senza dubbio la residenza preferita da quelle persone
che sono abituate ad un determinato stile di vita.
C)
Fase successiva a quella dell'abbandono di centri di vecchia data
e di limitata dimensione è l'immissione come proprietari
o utenti di persone forestiere; in questo caso l'edilizia assume
la funzione di seconda casa con adattamenti e trasformazioni adattate
da tale uso con interventi che seguono la logica della scarsa
necessità di manutenzione e sovente proposti da utenti
che non hanno conoscenza della cultura locale; le modifiche sono
quindi deleterie anche se si possono ricondurre ad elementi che
intaccano la struttura ad eccezione degli orizzontamenti.
D)
Il caso legato a vicende di recessione economica oltre nazione
che obbligano al rientro gli emigrati nei loro paesi di origine,
i quali poi preferiscono costruire "ex novo" importando
tipologie al di fuori della tradizione con insediamenti in continuità
del centro storico.
E)
L'uso di materiali moderni come la pittura esterna al quarzo che
impediscono il ricambio d'aria dei volumi edilizi, a che dopo
qualche periodo possono staccarsi a pezzi; la sostituzione del
legno con leghe metalliche per la realizzazione degli infissi;
la sostituzione del manto di copertura, quasi sempre in coppi
di argilla che svolgono la funzione egregiamente da secoli, con
coppi alla portoghese in argilla o tegole alla marsigliese, elementi
in cemento colorato, o conseguenza della accentuata inclinazione,
in manto lamina ecc.; ringhiere delle balconate in metallo sostituite
da anonime ringhiere dove non si sente più la mano e l'orologio
del fabbro, artigiano ed artista nello stesso tempo. A questo
proposito la funzione degli artigiani che sapevano diversificare
e qualificare il prodotto.
F)
Ultimamente la voglia di modificare l'aspetto dei centri con operazioni
di semplice maquillage proposte sotto il termine di "arredo
urbano" sta modificandone negativamente l'aspetto e la funzionalità.
L'apposizione di elementi di arredo quali panchine dalle più
diverse foggie e con l'uso dei più svariati materiali,
di fioriere sempre più grandi ed imponenti collocate in
spazi ristretti che ne impediscono l'agile fruibilità,
le sospensioni di lampade per illuminazione pubblica in stile
in vicoli dove ingombrano e non rendono possibile la visuale del
tratto o del profilo delle quinte; il rifacimento del manto stradale
con pietrame non locale e spesso non adatto all'uso ed alle condizioni
climatiche, così come quello dei marciapiedi dove il disegno
diventa artificioso e suggerito dall'uso di elementi in cemento
o di scaglie di pietrame importato. La semplicità offerta
a suo tempo, dai lavori di valenti artigiani viene quindi mortificata
dalla voglia di stupefare dei progettisti che intendono lasciare
il proprio "segno".
G)
Per ultimo quel fenomeno che ritengo il più pesante e il
più deleterio per la conservazione dei caratteri del patrimonio
storico e culturale dei centri storici: l'intervento conseguente
i finanziamenti elargiti dallo Stato a seguito degli avvenimenti
sismici del maggio 1984, un esempio quindi di "distruzione
autorizzata" e che ha sconvolto profondamente i centri urbani
in provincia di Isernia ed in buona parte de l'Aquila
Il Governo statale, di fronte al grosso impegno dimostrato nel
distribuire i capitali, non ha mostrato uguale impegno e coscienza
nel dettare norme appropriate in considerazione dell'ambiente
in cui venivano usate ma limitandosi e preoccupandosi del solo
aspetto tecnico-amministrativo e non preoccupandosi dei risultati
deleteri sul patrimonio edilizio: ciò ha comportato totale
scomparsa degli abitati sia con il tipo d'intervento leggero (riattazione
ord.230, sia di tipo più pesante riparazione e ricostruzione
ord. 219).
Ciò ha favorito anche nella scarsa sensibilità e
dalla impreparazione degli addetti ai lavori, dalla voglia di
effettuare il tutto entro tempi ristretti da parte delle imprese
e degli amministratori locali.
Quello che non ha rovinato il terremoto di scarsa entità
è stato distrutto dal post-terremoto.
Gli interventi di recupero dovranno
essere invece guidati ed improntati al rispetto del patrimonio
culturale e storico del nostro popolo, che, nel caso, degli interventi
su descritti, è stato invece profondamente oltraggiato.
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