I nostri paesi che fine
faranno?
di Giovanni
Germano *
(da “la vianova”
5/6 ’99)
POM, POP, POR, PTO, LEADER, PRUSST non sono “griffe” famose e non sono
nemmeno esclamazioni fumettistiche, sono invece sigle di programmi di
finanziamenti da devolvere alle Regioni messi in atto dalla Commissione
dell’Unione Europea e dallo Stato Italiano. Sigle criptiche che compaiono
sempre più spesso negli ultimi tempi nelle delibere di consigli e giunte degli
enti locali o sulla stampa quotidiana. Il cittadino medio non sa, colpa di una
cattiva informazione, colpa di cattive amministrazioni che non sanno informare
o non vogliono informare, ma consistenti erogazioni possono essere gestite
dalla Regione e devolute ai nostri comuni per favorirne lo sviluppo.
Un vero progetto di sviluppo regionale è ancora da costruire. Il
rischio è che questa cospicua pioggia di fondi non venga incanalata nei giusti
canali e vada, paradossalmente, ad
alimentare una piena che potrebbe portare solo guasti.
Certo è che se un progetto regionale bisogna produrre, non si può
prescindere dalle scelte che il governo centrale dovrà fare nell’ambito della
tanto agognata riforma federalista.
Qui, da operatore culturale e professionista “condotto” che per scelta
non ha voluto tagliare le radici col proprio “paese”, a me preme riflettere su
argomenti che più attengono alle piccole realtà locali e dare così il mio
piccolo contributo al dibattito in atto a livello regionale, invitando altresì
ad un confronto serrato e costruttivo le tante energie sommerse, culturali e
sociali, che pur son presenti nei nostri piccoli centri, convinto che la
primavera tornerà presto a germogliare nelle nostre bellissime terre.
Il decentramento per rompere il dualismo città-campagna.
Le nostre città muoiono per il troppo, le nostre campagne muoiono per il poco. Nelle città non si vive più, ormai da tempo, a misura d’uomo, nelle campagne non si vive più e basta. Le contraddizioni sociali ed economiche ed ambientali provocate in questo ultimo cinquantennio dal dualismo città-campagna si possono risolvere solo con una seria politica di decentramento a favore della campagna (campagna intesa come provincia con tutte le sue realtà locali), nel quadro di una “nuova dimensione” di intervento urbanistico, volta alla creazione di sistemi territoriali complessi, legati da relazioni dinamiche e funzionali alla pluralità degli scambi produttivi e sociali che si manifestano sul territorio.
E’ vero anche che da anni di decentramento si sono largamente occupati politici, economisti, sociologi ed urbanisti producendo in abbondanza programmazioni, progetti e studi di fattibilità, né bisogna sottacere che lo Stato ha largamente impegnato fondi in zone da sviluppare per fornire servizi di urbanizzazione primaria e secondaria, creare nuclei industriali, riqualificare la produzione agricola, incentivare il terziario e così via, ma le contraddizioni, seppur mutate nel tempo, rimangono. La questione meridionale, che, a distanza di 138 anni dalla Unità d’Italia, rimane ancora attuale, tangentopoli, che si sta arenando in un colpo di spugna generalizzato, il sistema mafioso, che in alcune zone del Paese sopravvive e vegeta ancora sugli appalti pubblici, la politica clientelare, la quale è lungi dall’essere estirpata, la disoccupazione, il degrado delle città e lo spopolamento, appunto, delle campagne: questi insomma i mali storici dell’Italia che permangono, nonostante il governo nazionale e la maggior parte dei governi regionali negli ultimi anni, bisogna dirlo, abbiano dimostrato seriamente di voler cambiar rotta.
Che fare, dunque? Se da una parte è essenziale una riorganizzazione dello Stato, che dia sicurezza e garanzia al cittadino, dall’altra è fondamentale che il cittadino diventi partecipe cosciente e vigile delle scelte di chi è chiamato a governarlo. Insomma la politica deve essere partecipazione, deve restituire dignità all’individuo, per reintegrarlo, soggetto attivo, nell’ambito istituzionale e territoriale: quindi decentramento politico e amministrativo, sociale, culturale ed economico dalla città alla campagna, e recupero dell’individuo nella sua dimensione umana.
Perché è importante la propria realtà locale, intesa come momento di massima coscientizzazione civile dell’individuo?
Nonostante la globalizzazione e l’informatizzazione galoppante, che vogliono consegnare l’uomo al terzo millennio come cittadino del mondo, la convinzione predominante rimane che l’individuo riesca a trovare la sua dimensione umana nel suo “habitat naturale”, inteso come luogo in cui nasce (il posto di origine), si forma (la scuola, la famiglia), lavora (i campi, la fabbrica, l’ufficio), si confronta (la piazza, la parrocchia o la sezione di partito o di associazione), trascorre il suo tempo libero. Ogni realtà locale, seppur piccola, storicamente ha rappresentato questo “habitat”.
La storia non mente e sta lì a testimoniare che l’opera dell’uomo, in tutta la sua complessità e con tutte le differenze necessarie, si sia realizzata indistintamente in ogni realtà, piccola e grande, importante e meno importante. E’ una constatazione lapalissiana, ma da ribadire con vigore. Distruzioni, devastazioni, stermini, terremoti non hanno impedito all’uomo di continuare a vivere nel proprio “habitat”. La civiltà industriale, in pochi decenni, però ha stravolto ogni cosa, riuscendo a sradicare dai campi popolazioni intere per andarle a rinchiudere nelle fabbriche e nelle città.
Per quello che ci riguarda: la civiltà contadina, che per millenni aveva caratterizzato le nostre terre e formato la nostra gente, è scomparsa, le nostre campagne sono abbandonate e i nostri paesi disabitati. Se non si interviene subito consegneremo alla storia solo macerie.
La ricostruzione dell’”habitat originario”.
Dobbiamo, quindi, ricostruire l’”habitat”.
Le condizioni?
Quelle generali, le più facili, sono avviate da tempo: il decentramento politico-amministrativo (vedi le leggi in materia di autonomia e ordinamento degli enti locali, etc.) è di fatto in atto; i fondi, abbiamo visto, non mancano e saranno ancora di più in futuro; un progetto di sviluppo regionale, lo abbiamo detto all’inizio, è tuttora oggetto di un vivo dibattito tra le forze politiche, sociali ed economiche e prima o dopo vedrà la luce, sempre che si riesca a dare un governo stabile alla Regione, il che non è poco.
Quelle particolari, riferite direttamente agli enti locali ed al tessuto sociale, urbano e territoriale ad essi connesso, sono le più difficili.
La condizione politica. Abbiamo detto la politica deve essere partecipazione. Dal punto di vista tecnico-istituzionale le condizioni per un rilancio della democrazia partecipata sono: forme di consultazione della popolazione, procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte dei cittadini singoli o associati. Il presupposto imprescindibile sarà comunque la caratterizzazione della figura di chi sarà delegato ad amministrare la cosa pubblica: dedizione vocata all’interesse pubblico, sganciamento da ogni forma di clientilismo di tarda memoria democristiana, collaborazione con le energie vive della comunità, difesa della memoria storica del luogo e del popolo che si amministra. In questo quadro dovranno essere banditi da ogni forma di delega amministrativa tutti coloro che, storicamente, avendo fatto della politica un sostentamento quotidiano per loro stessi, per le loro famiglie e per i loro amici, sono diventati, dalle nostre parti, i potenti intoccabili, i moderni feudatari che di fatto ostacolano ogni forma di sviluppo, se non quello fetido di pochi parassiti.
La condizione sociale ed economica. Nei comuni più piccoli e più interni la situazione è disastrosa, ma anche negli altri, con l’esclusione delle due città capoluogo e dei paesi più grandi che presentano problemi diversi, le cose non cambiano molto: scomparsi da tempo i lavori tradizionali legati ai campi ed alla manualità creativa degli artigiani, le uniche occupazioni rimaste sono, molte, quelle legate al settore impiegatizio prevalentemente pubblico, poche, quelle collegate al terziario di natura privata; l’artigianato stenta a trovare nuove strade, l’agricoltura fa inutili esperimenti di natura estensiva assolutamente non competitivi pure sul misero mercato locale. La situazione è ancor più disastrosa se si pensa alla staticità ed alla stagnazione melmosa in cui sono costretti a vivere i pochi rimasti: la paura di “perdere il posto” e/o la speranza di “occupare il posto” rendono falsato (minaccia e ricatto, “do ut des”) il rapporto cittadino-amministratore e non creano stimoli per iniziative di sorta che trasmettano la sensazione del “fare”. In questo fosco quadro è importante che i giovani prendano coscienza dell’enorme fardello che pesa sulle loro spalle: non fuggire e nemmeno farsi ingoiare dalla melma dello “stagno”, ma rimboccarsi le maniche ed affondare le mani nella propria terra per carpirne i frutti migliori. Nonostante tutto il Molise è rimasto pur sempre la terra della miriade di piccoli paesi abbarbicati su montagne o dorsali dominanti vallate bellissime, la terra dei tratturi, la terra di distese boschive ancora rilevanti, la terra di un territorio aspro e difficile, ma bellissimo, ancora per fortuna in buona parte intatto, più adatto al pascolo che all’agricoltura. La condizione per ricreare socialità ed economia può rimanere quindi quella, essenziale ancora una volta, di sfruttare le risorse della propria terra.
La condizione culturale. Se l’elemento fondante dello sviluppo locale dovrà essere la riappropriazione della propria terra, a maggior ragione le nuove generazioni debbono mirare con orgoglio a riappropriarsi della cultura, quella contadina, che fu dei loro padri e per secoli ha formato intere generazioni. Cultura e storia come necessarie radici per irrobustire la propria coscienza critica, capace di capire il presente per poi costruire il futuro. La scuola deve trasformarsi nella palestra necessaria alla formazione del nuovo individuo, che sappia parlare e leggere il dialetto, che sappia capire e trasformare gli insegnamenti dei loro padri contadini e artigiani, che sappia riconoscere e rispettare il proprio territorio, le persone, la fauna, la flora e le pietre che lo costituiscono. Bisogna incentivare ogni iniziativa culturale, privata o pubblica, volontaristica o istituzionale, che sviluppi in ogni realtà locale un processo di riscoperta delle potenzialità perdute e di valorizzazione e tutela dell’esistente.
La condizione urbano-ambientale. In più occasioni mi è capitato di riflettere sulla situazione urbanistica dei nostri piccoli centri; ho studiato l’esistente, ho prospettato soluzioni, forte dell’esperienza ultraventennale del professionista che caparbiamente è voluto rimanere ad operare nella terra che lo ha visto nascere, nonostante i tanti tentativi di stampo mafioso messi in atto a livello locale per ricacciarlo nella “tranquilla posizione” di non poter più “nuocere”. In sintesi: il consolidamento strutturale e la conservazione storica e culturale del patrimonio edilizio dei nostri piccoli centri devono essere mirati a ricreare l’habitat originario, a far rivivere la piazza. Occorrono spinte energiche per ricreare botteghe artigianali e attività di piccolo commercio; servono spazi e situazioni, dove è possibile produrre cultura, dove è possibile la socializzazione e il divertimento. Il paese non dovrà essere solo il “monumento” recuperato, ma dovrà tornare ad essere il luogo dove si risiede e si produce. Il territorio deve essere tenuto sotto uno stretto controllo idro-geologico, magari evitando di lasciarsi affascinare dalle “grandi opere” o di ingrossare il serpaio delle stradine interpoderali ed infittendo colture mirate che rendano di nuovo produttivi i campi abbandonati o rimettendo in uso antichi sentieri. L’ambiente, nella sua interezza, paesaggistica e storico-culturale, deve essere tutelato e valorizzato.
Per concludere invito i lettori a partecipare al dibattito aperto su
queste pagine, per capire quale sviluppo il Molise è destinato ad
intraprendere. Ognuno porti il proprio contributo di idee e di esperienze e sia
cosciente dell’enorme potenzialità che può esprimere in un confronto serio tra
eguali.
*Giovanni
Germano, architetto, è il Coordinatore della manifestazione Naturalistica e
socio-culturale “cammina,
Molise!” e animatore de “la vianova”, periodico molisano di informazione, fondato a Duronia nel 1994.