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ASSESSORE  ALLE  PIETRE

di Giovanni Germano *

(da “la vianova” 5/6 ’97)

“Piovono pietre” è il titolo di un bellissimo film dell’inglese Ken Loach. Il regista denuncia il degrado sociale della periferia londinese e la metafora della pioggia di pietre è riferita al duro impatto che alcuni operai hanno quotidianamente con i problemi del lavoro, della famiglia, della casa, del quartiere.

Fuor di metafora, in molti dei centri antichi dei nostri piccoli paesi le pietre piovono per davvero dai tetti o dai muri pericolanti dei tanti edifici fatiscenti lasciati in completo abbandono per decenni. E le pietre che piovono sono senza distinzione di “ceto”. Piove la pietra “contadina” ed “artigiana” che fu parte delle case povere, ma piovono anche le pietre “nobili” e “religiose” che furono delle case più ricche  e con più valore artistico ed architettonico.

Le leggi 219 e 230, emanate all’indomani degli eventi sismici del maggio 1984, favorirono la ristrutturazione pressoché completa di alcuni comuni. Le case di questi comuni, toccate o non toccate dal terremoto, furono “ristrutturate”, secondo i dettami tecnici antisismici contenuti nelle circolari esplicative delle leggi menzionate, ma certamente non furono “recuperate”. Le pietre, imprigionate da reti metalliche ed intonaci di duro cemento, gridano ancora vendetta. Esse non riacquisteranno mai più la libertà.

Miliardi spesi per “aggiustare” hanno finito per “deturpare”. Una ulteriore riprova per affermare con forza che non si può aspettare il terremoto per intervenire.

L’esigenza e l’urgenza di ricostruire o di ristrutturare, l’impazienza degli amministratori, la scarsa sensibilità e l’inesperienza degli operatori del settore, in mancanza di normative serie riferite alla tutela del patrimonio ambientale, non possono che provocare guasti, oltraggiando così il patrimonio storico e culturale del nostro popolo. Così i paesi, toccati dal sisma del maggio del 1984, come d’altro canto quelli investiti, negli anni 70 e 80,  dagli interventi di ristrutturazione provocati dai generosi flussi di denaro delle riserve degli emigranti, sono stati irrimediabilmente rovinati sotto il profilo della conservazione. Essi di certo non sarebbero più riconoscibili agli occhi di chi li ha costruiti ed abitati nei decenni e nei secoli passati con tanto amore e tanti sacrifici.

Quindi, per non far “piovere” più pietre e per raccattare quelle “piovute” e rimetterle al posto giusto, per assicurare loro eterna “libertà” in ricordo ed omaggio alle rocce da cui sono state cavate ed alla dura fatica ed alla fantasiosa laboriosità di tutti coloro che in mano le hanno tenute, bisogna adoperarsi al più presto per arrivare alla formulazione di leggi nazionali e regionali, che prevedano finanziamenti mirati alla ristrutturazione preventiva, e di normative locali (strumenti urbanistici), che, tenendo conto di leggi già in vigore o di piani e studi già eseguiti per le varie realtà territoriali (vedi Piani Paesistici, studi di fattibilità, etc.),  tutelino il patrimonio ambientale e storico dei centri antichi.

Per non far piovere pietre, quindi, bisogna che piovano miliardi, pubblici e privati,  ma prima, non dopo il terremoto. Prevenire, non rimediare! E perché la pioggia porti i frutti sperati bisogna sapere bene come lavorare. Bisogna perciò intervenire, avendo coscienza che è importante il consolidamento strutturale  del patrimonio edilizio, ma che è altrettanto essenziale la conservazione storica e culturale dello stesso. E questi interventi devono essere mirati alla riqualificazione abitativa dei centri antichi: bisogna ricreare l’habitat originario. La piazza deve rivivere! Occorrono spinte energiche per ricreare botteghe artigianali e attività di piccolo commercio. Servono spazi e situazioni, dove è possibile produrre cultura, dove è possibile la socializzazione e il divertimento, dove è possibile che il giovane impari dal vecchio ed il vecchio sia aiutato dal giovane. Ricreare l’habitat originario dei nostri piccoli paesi, per ricreare l’ambiente a dimensione umana, vissuto dai nostri padri.

Recuperare la pietra per recuperare la vita!

Il centro storico, o meglio antico, non dovrà essere il “monumento” recuperato sbattuto in faccia al turista occasionale, o l’ospizio per gli anziani, o il luogo dove venire a trascorrere i dieci giorni di ferie ad agosto o per qualche fine settimana. No! Esso dovrà essere abitato da gente attiva che produce, dovrà essere abitato dal contadino, dal sarto, dal fabbro, dal falegname, dal barbiere, dal muratore, dal macellaio, dal panettiere, dal cantiniere, dal “salaiolo”, dall’oste, dal negoziante, dal prete, dal segretario della sezione di partito, dal medico, dall’avvocato, dal geometra, dal maestro e da tutti coloro che hanno intenzione di “fare”, anche nelle nuove professioni legate all’informatica, al turismo rurale, al terziario minimo in generale. Bisogna programmare uno sviluppo legato a queste “minimalità” a livello comprensoriale, in considerazione cioè delle omogeneità territoriali, sociali, culturali ed economiche  dei paesi in cui si intende intervenire.

Tenendo conto dello stato in cui sono ridotti i nostri paesi, vien da pensare che la “notte” finirà per inghiottirli. No, l’alba arriverà ed i nostri paesi finalmente risorgeranno! Le nostre terre potranno e dovranno essere in futuro l’alternativa “forzata” ai problemi immani delle nostre megalopoli. Nei prossimi anni finalmente, non potrà essere altrimenti, ci sarà il tanto atteso decentramento economico e sociale dalla “città” alla “campagna”. Bisogna quindi iniziare seriamente a lavorare per non farsi trovare impreparati. Bisogna preparare il terreno.

Sono state presentate delle proposte di legge regionali, che su questo numero pubblichiamo integralmente, che fanno ben sperare in una “via nova”, finalmente imboccata, che ci porterà, speriamo al più presto, nel fascinoso mondo della rinascita molisana.

Ma, nell’attesa che si metta in moto  la ferruginosa macchina politica ed economica statale e regionale, i nostri comuni cosa dovranno fare?

Nell’umiltà del professionista che ha acquisito esperienza, nel bene e nel male, operando per anni come architetto “condotto” in un piccolo paese molisano, “interno e di montagna”, credo di poter suggerire alle amministrazioni comunali alcuni consigli.

Primo. Dovranno avere il coraggio di abbandonare le residuali politiche clientelari legate al “do, ut des” di democristiana memoria ed anche gli affannosi impegni amministrativi svolti sotto e per il “campanile”, avere cioè il coraggio di uscire dall’isolamento “paesano”, redditizio politicamente ed economicamente per pochi, per avviarsi finalmente verso forme di seria collaborazione politica, culturale ed economica, trasparente ed efficace, con i paesi limitrofi, puntando a forme consortili, magari iniziando a pretendere maggiori poteri, amministrativi ed economici, per le Comunità Montane d’appartenenza.

Secondo. Dovranno rielaborare gli strumenti urbanistici, dove i programmi di fabbricazione diventino dappertutto dei veri e propri piani regolatori. Bisogna in definitiva, lotto per lotto, strada per strada, casa per casa, parete per parete, finestra per finestra, imporre delle norme attuative per gli interventi di recupero e di completamento. Le zone d’espansione si dovranno limitare al minimo del fabbisogno, relegando quest’onere ai centri più vocati all’espansione sia storicamente che geograficamente. I nostri paesi dovranno mantenere intatta la loro morfologia strutturale, per salvaguardare il rapporto socio-ambientale  “verde-costruito”.

Terzo. Dovranno nominare subito (domani già è tardi) un “assessore alle pietre”, con delega al legno ed al ferro.

Un assessore con pieni poteri. Un assessore che, nell’attesa che vengano redatte e rese esecutive le nuove norme attuative degli strumenti urbanistici, abbia la capacità culturale di “avere in mano” le pietre ed anche il legno ed il ferro.

Quali potrebbero essere in pratica le funzioni di un amministratore con siffatte responsabilità?

L’elenco è lungo, ma le più urgenti ed importanti credo siano le seguenti. 

A) Catalogazione degli edifici pericolanti, pubblici e privati.

B) Segnalazione immediata alla Soprintendenza ai Beni Culturali di acclarate constatazioni di fatiscenza relative agli edifici di particolare pregio storico ed architettonico. 

C) Catalogazione di portali, soglie ed elementi in pietra anche di modesta fattura, ringhiere in ferro battuto di balconi ed inferriate, portoni in legno, cornicioni con particolari lavorazioni.

D) Imposizione del divieto assoluto di impiego del cemento a vista e di qualsiasi altro tipo di materiale non conforme alla storicità dei luoghi (lastre di porfido e similari, lastre di pietra tagliata di rivestimento, betonelle, asfalti, lastre di cemento comunque lavorate, etc.) nelle opere di consolidamento e di ripristino di muri, di strade interne, carrabili o pedonali.

E) Imposizione dell’obbligo di mettere a nudo la pietra,  per “liberarla”, ovunque sia possibile: sui muri a vista dei muraglioni, per esempio, togliere gli intonaci e far rivivere i massi lapidei, con accurate opere di  sabbiatura e stuccatura; lo stesso obbligo deve essere esteso ai muri di buona fattura di tutti gli edifici costituenti il centro antico.

F) Messa al bando, per gli interventi di consolidamento delle murature portanti esterne, in conformità alle norme antisismiche, dell’uso della rete metallica e del betoncino, ed  impiego, invece, di altre tecniche che abbiano la stessa funzione statica (cordolature agli orizzontamenti, tiranti, iniezioni di miscele consolidanti, etc.); ove bisogna creare o sostituire piattabande, il consiglio deve essere di  impiegare cunei in massa lapidea o solide travi in legno, anche a vista, per l’esterno e cordolature in c.a. o travi in ferro per l’interno.

G) Controllo degli elementi architettonici e dei materiali che si dovranno usare per le ristrutturazioni. Per i cornicioni, non cemento armato ma aggetti alla “romanella”; per il manto di copertura, non tegole in cemento o alla marsigliese, ma riutilizzo di coppi in argilla; per gli infissi non leghe metalliche, ma legno e ferro battuto; per i balconi, non sbalzi in cemento armato, ma piccole sporgenze di lastre di marmo su travi aggettanti in ghisa o in pietra; per i portali e le soglie delle finestre solo pietra lavorata a faccia vista.

Per ultimo gli amministratori dei nostri piccoli comuni dovranno tenere in serio conto i nuclei edilizi delle cosiddette “borgate”, che, contrariamente alle borgate cittadine hanno una connotazione storica ed urbanistica, quasi sempre equiparabile, anche se in “veste minore”, al centro antico (o storico) di appartenenza amministrativa. Anche nelle borgate quindi i nuclei antichi dovranno essere recuperati e riqualificati ed esse dovranno rientrare a pieno titolo nelle previsioni di tutela ambientale degli strumenti urbanistici.

La vianova, a riprova della battaglia ambientalista che il giornale ha intrapreso sin dalla sua nascita, ha spesso dedicato molte sue pagine alla  “difesa d’ufficio” della pietra, della cultura contadina e artigiana dei nostri padri, i quali, però, oltre a vivere a “dimensione umana” il centro abitato,  avevano anche e soprattutto il pregio, non dobbiamo dimenticarlo,  di vivere in un ambiente naturalisticamente e socialmente equilibrato, dove era ben distinta la funzione del centro abitato da quella della campagna. Questa considerazione è importante perché deve servire a far capire che ogni decisione, amministrativa, sociale e urbanistica tendente ad intervenire sul territorio non può prescindere dal rapporto stretto che è storicamente esistito tra centro e campagna. Il monito per gli amministratori e gli operatori culturali ed economici delle nostre terre non potrà che essere il seguente:  mantenere, fin quanto ancora è possibile, inalterato l’equilibrio paese-borgata-campagna. Questo equilibrio rappresenta l’unica, vera risorsa economica che i nostri piccoli paesi, “interni e di montagna”, hanno!

 

 

*Giovanni Germano, architetto, è il Coordinatore della manifestazione Naturalistica e socio-culturale “cammina, Molise!” e animatore de “la vianova”, periodico molisano di informazione, fondato a Duronia nel 1994.

 

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