di Claudio Di Cerbo*
(da “la vianova” 5/6 ’97)
Il centro storico è documentazione storica e testimonianza di civiltà passate, oltre che patrimonio di tradizioni. Sovrapposizione di elementi di diversi periodi storici ne permettono una lettura degli avvenimenti e delle vicissitudini sociali, economiche e tecnico-architettoniche.
Le due leggi di data ormai lontana, la 1497 e la 1089 del 1939, che tutelano i complessi dei beni come la vedute panoramiche o i singoli immobili, sono state applicate in buona parte per i centri abitati antichi a testimonianza del loro valore; la stessa e più recente legge 431/85 comprende tali beni come facenti parte dell’ambiente.
Che abbiano una loro attrazione lo dimostra il fatto che ciò osserviamo durante le visite è la parte antica dell’abitato; non siamo certo, in generale, attratti dalle periferie, anche se può trattarsi di architettura povera, ma non nobilitata come quella dei tempi passati; lo squallore e la monotonia di tali quartieri è sostituita in un centro storico dalla attenzione verso i più piccoli particolari, dagli scorci che cambiano continuamente ed in modo suggestivo, in genere dall’ambiente urbano che invita agli scambi ed ai rapporti umani.
Ma se questi argomenti possono apparire di tipo romantico ecco quello più concreto: i centri antichi costituiscono pur sempre una notevole componente del patrimonio abitativo che non può certo essere abbandonato ma deve soddisfare in modo adeguato le esigenze e le richieste di volume per tale scopo evitando nello stesso tempo lo sperpero di suoli con le realizzazioni di urbanizzazioni di un territorio che si fa sempre più prezioso; (esempio di Ferrazzano, relativamente solo alla seconda parte, dove i nuovi quartieri occupano aree di vari ettari e dove le zone agricole sono fittamente antropizzate).
COME RECUPERARE E TUTELARE
Per recupero bisogna chiarire se si intende trasformazione o conservazione, manutenzione, risanamento o sostituzione?
Cosa essenziale è l’uso appropriato, cioè la vita attraverso la vivibilità degli stessi intendendo non solo la qualità della vita nel centro urbano ma anche la mobilità (viabilità esterna ecc.).
Le architetture residenziali possono essere salvate e recuperate solo abitandole; ma dovranno essere abitate da coloro che sono nati in quel paese, che vi lavorano anche se solo momentaneamente perché il lavoro li spinge nella città più vicina per ritornarvi la sera; non possono essere recuperate solo il fine settimana sottousando così un patrimonio che è usato per pochi periodi all’anno.
Tutto ciò vuol dire una pianificazione che riesca a recuperarne la funzione con un modello di sviluppo a cui la regione non sembra sino ad ora preoccuparsi.
L’occasione dei Piani Paesistici, intesi come strumenti di valorizzazione ed organizzazione di tutte le risorse.
Ed ecco allora lo stretto rapporto che esiste con una gestione corretta del territorio con la possibilità di una economia locale, cioè di un reddito legato all’uso delle risorse locali.
Ciò contribuirebbe anche alla riduzione del degrado ambientale causato da una mancanza di uso di un territorio da opere umane; un territorio così ha bisogno di manutenzione.
Questo vuol significare la necessità di un ordinato sviluppo delle zone interne con la riconsiderazione delle risorse esistenti, della tutela del paesaggio, del patrimonio storico artistico, promuovendone l’uso sociale, la razionale utilizzazione e la piena valorizzazione.
Qualcuno ha fatto un esempio molto calzante: sarà un bosco valorizzato o un convento reso fruibile a determinare flusso turistico, sarà un’area archeologica a richiamare un turismo culturale, saranno i centri agrituristici con i musei delle tradizioni popolari ed artigianato locale a permettere dei posti più stabili ecc.. Tutto ciò come in un grande itinerario caratterizzato da tre elementi fondamentali: le vie, le stazioni, le mete.
Le vie sono le strade esistenti, le mulattiere, i sentieri, i tratturi; per stazioni i centri montani da attrezzare per ospitare i nuovi flussi turistici (vedi P.N.A.); per mettere i valori naturali, religiosi, archeologici ecc..
Abbiamo in questo caso un perfetto rapporto tra il territorio ed i suoi abitanti.
Per il recupero però tre sono i parametri essenziali:
- idee concrete di attuazione;
- strumenti (legislativi, finanziari, organizzativi, tempo presso i vari Enti che richiedono tempi);
- soggetti (operatori pubblici o privati)
Ne aggiungerei un quarto: il personale adatto ed in particolare gli artigiani.
Alcune considerazioni a tale proposito.
A livello nazionale il patrimonio abitativo ammonta a circa 100 milioni di vani dei quali 2/3 sono di proprietà e di queste il 40% cioè il 25% dell’intero patrimonio sono seconde case.
Nel Molise dei 137.000 alloggi 37.000 figurano disabitati. Il futuro dell’edilizia abitativa si gioca anche nei centri antichi con il recupero. Anche perché si ridurrà la disponibilità delle zone di espansione degli aggregati urbani; segno evidente nelle grandi città è il recupero delle aree dismesse.
Alcuni dati: dei 300.000 Kmq, cioè di 30.000 milioni di ettari ne rimangono, secondo alcuni dati, poco più della metà, diciamo 13.000 milioni erano antropizzabili. Di questa parte circa 1.000.000 fu usato negli anni ’60, quando circa 12.000.000 di persone lasciarono il sud verso il nord ed a cui seguì una crescita “diffusa” con case monofamilari, cioè architettura orizzontale (seconda fase dal 60 al 70).
Terza fase: i sistemi metropolitani perdono abitanti, diminuiscono i nati (nel ’88 i nati erano inferiori ai morti) ma un aumento notevole dei nuclei familiari che comporta l’incremento della domanda di abitazioni e quindi il territorio urbanizzato. Ciò anche in considerazione che aumenta la richiesta di servizi, di standard e di richiesta di spazi non abitativi.
Si ipotizza che nel 2000 il territorio urbanizzato arriverà a 100 mq/abitanti il che vuol dire un altro milione di ettari per cui ci troviamo nella necessità di non usare più territorio.
Allora ci sarà un interessamento degli operatori verso l’edilizia obsoleta per un recupero che dovrà intendersi come trasformazione o come conservazione? La ricetta però sarà questa: la realizzazione di progetti integrati, in cui possano trovare posto i vari interessi ed attività economiche (come nel quadro del buongoverno) cioè un approccio globale alle varie funzioni. Sostanziale l’intervento pubblico con programmazione ed orientamenti e proposte.
Che il recupero abitativo abbia già interessato lo evidenziano alcuni indicatori: nel decennio 71-81 di fronte ad un aumento detotale delle abitazioni di 4,5 milioni (25 milioni di stanze), le abitazioni fornite di bagno e di riscaldamento sono aumentate di circa 8 milioni. Tra l’81 e l’86 un incremento da 565 a 875 delle abitazioni fornite di riscaldamento.
Per la legislazione e le norme sinora sono state improntate per assolvere alla forte espansione urbana si è passati ad una fase caratterizzata da problemi di riqualificazione urbanistica che possa produrre programmi di qualificazione della città valorizzando particolari normative (ad esempio arredo urbano) e snellire tempi e procedure operative mirando alla qualità della vita.
*Claudio Di Cerbo,
architetto, è il Presidente di Italia Nostra della Sezione della provincia di
Isernia.