I TERREMOTI NEL MOLISE
di Renato Lalli
I
terremoti si susseguono nel Molise con ritmo incessante nel corso dei secoli, e
colpiscono diverse parti del Molise. Isernia ad es. è stata, scrive
Pacicchelli, “tre volte maltrattata in sommo, dagli scuotimenti più fieri
della terra. Di tutt’i fenomeni della Natura non evenne alcuno”, scrive
l’isernino Fortinini” di cui effetti siano più terribili e più estesi di
quelli de’ Tremusti. Per mezzo di essi la superficie della nostra Terra pruava
li cangiamenti, i più notabili, e le rivoluzioni le più funeste”.
Del terremoto dell’847 si trova notizia in molte opere, anche nel Chronicon Vulurnense per i danni subiti dal Monastero di San Vincenzo. Ne parla pure lo storico fiorentino Scipione Ammirato che a proposito di Isernia scrive: “E acciocché paresse manifestamente haver quel paese non meno nemici li uomini, che il Cielo, l’anno 847, pe’ grandi terremoti succeduti, quasi tutte l’habitationi d’Isernia caddero a terra, con morte di molti Cittadini, e del proprio Vescovo senza li altri luoghi, che restarono in gran parte abbattuti”.
Si ripercuotono su parti del Molise i terremoti che nel 988, nel 1117, nel 1120, nel 1125 infieriscono su Benevento.
In quest’ultimo colpì in particolare la zona di Riccia, le scosse in quell’anno si ripeterono per più giorni.
Altra città più volte colpita dal terremoto è Bojano che perde la sua antica fisionomia. Nel 1294, per i gravi danni subiti, a causa del terremoto, vengono presi provvedimenti di riduzioni delle tasse. Per gli stessi motivi anche Isernia ed altri paesi godono degli stessi benefici.
Grave, per gli effetti distruttivi, è il terremoto del 1349 che è preceduto dai terremoti del 1300 e del 1309.
Quello del 1349 fu un terremoto “terribilissimo che sentir si fece non nell’Italia solo, ma anche in Germania e nell’Ungaria, riferito da molti Autori”, scrive Ciarlanti “e, specialmente da S. Antonino”. “Operò”, continua Ciarlanti, “danni inestimabili, ma quel che più ammirano gl’Historichi, è, ch’abbia ciò perato in uno stesso tempo, in si lontanissime, e vastissime Province”.
Cadono chiese e campanili, danni gravi registra il patrimonio artistico. Danni gravi subiscono le badie benedettine, che, attraverso l’opera attiva e laboriosa dei monaci, hanno dato impulso al rifiorire della vita locale e sono state sicuro punto di riferimento per quanti cercavano di sfuggire all’oppressione feudale che si andava facendo più dura.
Danni gravi subiscono la badia di S. Maria de Fora di Campobasso, ricordata ancora nel nome da una piccola chiesa, il Monastero di S. Vincenzo al Volturno insieme con i paesi da esso dipendenti, quelli di Montecassino insieme con l’abitato di Cassino che allora si chiamava San Germano. Moltissimi i morti tra i monaci. Anche Venafro subisce distruzioni e conta settecento morti . Scompaiono villaggi; quelli di Montecalvo in agro di San Giuliano di Puglia vede la sua popolazione ridursi ad appena 15 fuochi. Le acque che prima scorrevano limpide, diventano, dopo il terremoto, torbide ed assumono il colore del sangue . Se ne trova notizia in un documento dell’Archivio della Cattedrale di Isernia , riportato da Ciarlanti.
Un terremoto
di pari intensità scuote tutto il Molise nel 1456. Il terremoto “ingentissimus
et potentissimus”, accade nel mese di dicembre, nel giorno di Santa Barbara.
Rimangono ,”disfatte”, scrivono gli storici, Brindisi, Aquila, Isernia ,
Bojano”. Si contano quarantamila morti. Ne scrivono Pio II papa e S: Antonino,
arcivescovo di Firenze che riporta il numero dei morti di molti luoghi. Lo fa
anche Ciarlanti. “A Vinchiaturo i morti sono 120, ad Isernia 1200, a Bojano,
che in questa rovina fu sommersa da nuovi sorgivi d’acqua 1300, a Macchiagodena
, che cascò parimente tutta, 350 a Frosolone, che fu scossa nella maggior
parte. 317 a Riccia.” e l’elenco
continua e comprende quasi tutti i
paesi del Molise.
A Termoli rimane danneggiata la Cattedrale, a Casacalenda danni subisce la chiesa di Santa Maria, danni gravi subisce la parrocchiale di San Giuliano di Puglia.
Si parla in questa occasione di fenomeni strani, di funesti presagi, di una stella fiammeggiante tra Oriente e Settentrione . C’è chi nel tentativo di ritrovare le cause del terremoto parla di “spiriti sotterranei, i quali per le viscere della Terra, trascorrendo”, scrive Ciarlanti, “si’ terribilmente la scotessero, e rovinassero tante Città , e luoghi con la morte di tante migliaia di persone”. Ma per Ciarlanti la causa va ritrovata nel Signore “che permette simili flagelli per suo secreto giodicio in pena dell’innumerabili, e gravissime iniquità dei mortali”. Dello stesso parere è De Sanctis, l’autore di una storia di Ferrazzano per il quale terremoti e guerre si avevano perché “si andava mancando del servizio di Dio”.
La gente, indifesa di fronte agli scotimenti che porta la Natura, si rifugia nel sentimento religioso. Alcuni paesi che non si sono sentiti protetti dal loro Patrono, lo cambiano in San Rocco.
D’Amico, lo storico di Jelsi, ricorda che un terremoto nel 1627 “funestò Jelsi e comuni limitrofi.”. Qualche anno prima era stato colpito il Basso Molise. Danni subisce in particolare Campomarino. Ma il terremoto che nel Seicento ha più gravi conseguenze è quello del 1688. Scrive Rossi, lo storico di Campodipietra: “Benevento rimase distrutta e nel nostro paese fece crollare la chiesa di San Bonavetura, rimanendone quei pochi avanzi testè demoliti”. “Monsignor Magnati”, scrive Amorosa, “affermò che la Riccia è rimasta inabitabile per la grande concussione patita in questo eccidio”.
“L’anno 1688 ci fu un terribile terremoto per tutto il Regno di Napoli, giorno di Sabato, vigilia della Pentecoste. ad hora 20 incirca”, ricorda Domenico Sedati, in una sua Memoria. Ed Amorosa aggiunge: “molte abitazioni si ridussero ad un mucchio informe di macerie, e i conventi e le chiese furono molto danneggiati”. Ancora una volta è danneggiata gravemente Bojano. “ Questa città”, scrive Magnati, “fu toccata e sconquassata nei suoi edifici cosi pubblici come privati”
Si riflettono su zone del Molise, producendo danni, i terremoti che nel corso del Settecento devastano le città abruzzesi l’Aquila, Sulmona ,Chieti, Teramo. Si sviluppa in questo periodo il culto di S. Emidio. Molti centri si associano ad Ascoli Piceno della quale S Emidio era patrono. “La Contea di Molise “, scrive Gabriele Pepe, “fu travagliata da varie scosse, la più veemente delle quali fu quella della sera 28 marzo 1794”. Ma qualche anno dopo, nel 1805, un terremoto che per la forte intensità ricorda quello del 1456, ha come epicentro il Molise. “Giorno della sventura il 26 di luglio, alle ore due e undici minuti della notte”, scrive Gabriele Pepe che cosi continua: “centro del moto Frosolone, monte degli Appennini fra la Terra di Lavoro e la Contea di Molise : il terreno sconvolto da Isernia ad Jelsi, miglia quaranta, e per largo da Monteroduni a Cerreto, miglia quindici, per ciò seicento miglia quadre, designando, un lato della figura, la catena lunga dei monti del Matese”.
Numerosi i morti, circa 6.000 per Pepe.
Il 26 luglio, il giorno del terremoto, scrive Capozzi, sacerdote di Morcone che allora faceva parte del Contado di Molise, il cielo tornato azzurro era interrotto da “qualche nubecola isolata”, ma fenomeni strani facevano presentire l’imminente sventura. Due fontane a Morcone, è sempre Capozzi a dirlo, divennero “torbide e limacciose”; “lo stesso fu notato in Bojano generalmente in tutte le sue molte sorgive, che verso la sera.si resero sporchissime ed impotabili”. Qualche oscuro rimbombo della sua montagna anche presagì a quella popolazione l’imminente disgrazia, anzi mugghiò orribilmente allo scoppio dell’orribile flagello, Anche Colletta parla di presagi, parla di “ straordinaria lassezza “ che prese gli abitanti e di “ puzzi di zolfo noioso all’odorato e al respiro”.
Pepe dà poca importanza a queste voci, ritiene che le cause vadano ricercate nella natura prevalentemente montuosa del territorio italiano.
Nel
registro parrocchiale di Jelsi si legge : “Ai 26 di luglio del 1805 alle ore
2 e mezza della notte, avvenne un fortissimo terremoto, avendo mandato a terra
buona parte degli edifici, case, chiese, campanili ed il monastero per cui
tutta la gente fu costretta ad uscire fuori dall’abitato e dormire al ciel
sereno per sei giorni, non potendosi celebrare messe per mancanza di chiese”.
Perrella nelle Effemeridi alla data del 26 luglio 1805 scrive: “Un terribile
terremoto verso le due di notte sconquassa moltissimi paesi della Provincia. Il
terreno è sconvolto da Isernia a Jelsi”. Altre testimonianze si ritrovano
nei libri delle chiese. In quello dei battesimi a Frosolone ad es. è scritto: “l’orribile
terremoto accaduto a due ore e mezza adeguò al suolo l’intero Paese, inabissò
le tre chiese parrocchiali vi trovò la morte l’arciprete”.
Nel registro parrocchiale di Pietracatella il parroco annotava: “Il 26 luglio 1805, venerdì alle ore due e un quarto di notte, avvenne un fortissimo terremoto, simile a quello della Calabria, con aver sepolto molti abitanti ed aver devastato molti paesi, tra cui la Terra di Toro con 1200 abitanti di perdite, Campobasso, Bagnoli, Jelsi”.
Il terremoto aggravò le già difficili comunicazioni ad es. “rese il suolo” scrive Del Re, “ove più ove meno disuguale da Salcito a Trivento”.
Gabriele Pepe diventa autore in un momento drammatico per “la sua patria”, scrive la sua prima opera per fare chiarezza sul terremoto. Non si accontenta delle numerose voci che circolavano, polemizza con quanti avevano parlato del terremoto, come Poli chiusi nelle loro case; secondo un metodo che era stato già di Galanti e di Longano e che sarà di Cuoco, vuol verificare da vicino quanto è accaduto, scrive il Ragguaglio storico-fisico del tremuoto accaduto nel Regno di Napoli la sera de’26 luglio 1805. Va in giro per i luoghi nei quali più c’erano stati danni e si trova di fronte a situazioni drammatiche. “L’aspetto di Frosolone era quello che più d’ogni altro colpiva ed abbatteva lo spirito. Non altro si osservava che un informe e confuso ammucchiamento di rottami, di fabbriche, travi, embrici, tavole, mobili domestici ed altro”. Ed assiste a situazioni che si sono ripetute a San Giuliano: “la gente che il Governo inviò in sollievo degl’ infelici era intenta a scavare i cadaveri” Ieri come oggi.
Ad Isernia che “non ha che una sola strada ed una serie di edifici lateralmente, il terremoto rovinò una metà della Città solamente e propriamente quella che si eleva verso l’Oriente, ossia la più prossima agli Appennini. Verso il ponente dell’istessa Città in un muro del giardino del barone di Sessano la scossa non altro danno fece che aprire un buco di figura ellittica il cui asse maggiore è di circa 18 in 20 palmi. Il resto della muraglia è rimasto nel suo intero, non manifestando alcuna lesione notabile. Il casino all’opposto esistente vicino al muro suddetto è intieramente crollato vi perì il Barone con due figlie, e qualche domestico”.
Bagnoli del Trigno è colpita per metà da “un sasso si enorme” che lo divide in due “facendone restar una porzione ferma ed immobile, e disfacendo mirabilmente l’altra corrispondente”.
Non mancò anche allora una gara di solidarietà tra i superstiti. “I rottami delle fabbriche e del materiale piombato tra le strade e le abitazioni furon incominciati a scavare con un’attività straordinaria, ed una tale generosa azione che in molti luoghi fu portata all’eroismo e veniva premiata dal soave sentimento che si gustava nel liberar molti infelici dalla mano della morte”. Ieri come oggi.
Pepe non dà rilievo ai presagi funesti. Vivendo in un secolo più illuminato che ha reso l’umanità più calcolatrice vuole rendersi conto delle cause del terremoto, sottolinea che quelle appenniniche sono zone sismiche, ritrova nella statistica che allora cominciava a suscitare interesse e ad avere sviluppo, la frequenza dei terremoti nel Molise e lungo gli Appennini.
Terremoti continuano a scuotere il Molise. Nel Novecento danni gravi subirono nel 1913 Jelsi, Baranello e Vinchiaturo. Danni ci furono a Campobasso, Pietravalle sollecitò il governo a stanziare somme per le riparazioni più urgenti e per dare ricovero alle famiglie rimaste senza tetto.
Più recentemente si sono sentiti gli effetti di terremoti che hanno colpito le regioni vicine. Ma per terremoti di grande intensità bisogna tornare al terremoto dei mesi scorsi che ha sconvolto paesi interi ed ha infierito su tanti scolari di una suola elementare.