RIEVOCANDO
I 26 ANNI DI MISSIONE IN BANGLADESH
di Padre Antonio Germano
Lo scorso aprile si sono conclusi per me 26 anni di presenza in Bangladesh: un canto di lode al Signore per il bene che si è degnato operare attraverso di me ed una invocazione di misericordia per i miei tanti limiti che hanno impedito alla sua grazia di operare pienamente. Alle soglie ormai della terza età, pensieri di eternità si affacciano sempre più frequenti alla mente: vivere intensamente il presente diventa gioiosa attesa per l’incontro con l’Amen!
Ripercorro velocemente gli anni della mia missione per tentare un bilancio e ripormi in atteggiamento di ascolto verso questa realtà per una risposta di fede adeguata al momento storico che sto vivendo. Trovo in questa avventura di fede una costante che lega insieme tutti gli avvenimenti: l’entusiasmo per la missione, che si presenta per altro sempre con nuovi risvolti, nuove sfide ed esige quindi una novità di vita sempre attuale. Il terreno privilegiato della mia missione è stato quello degli ultimi, degli esclusi e, in particolare, quelli che, con termine legato alla tradizione millenaria di questa cultura, sono chiamati Muci, per il mestiere dei loro antenati, che era quello di scuoiare carogne di animali (mucche, capre, ecc., ricavando magari anche un buon boccone dalle carni in via di putrefazione), conciarne le pelli e poi venderle a coloro che, senza sporcarsi le mani, ne ricavavano poi lauti guadagni. Questo mestiere, insieme a tanti altri, era ed è considerato ancora impuro per chi lo esercita e imprime perciò come un marchio indelebile. Anche se in Bangladesh la popolazione è in stragrande maggioranza musulmana, questa stratificazione culturale di casta, sotto-casta e fuori-casta segna ancora profondamente la società. Persino la distribuzione logistica della popolazione rispecchia questa struttura mentale. A livello di villaggio, il fenomeno è ancora ben marcato e visibile. Così, per esempio, in ogni villaggio la para (=raggruppamento di case) Muci occupa sempre la zona più malsana e vulnerabile (specie in occasione di cicloni), dove, molte volte, manca anche la strada di accesso. In questo contesto di memorie mi fermo qui, perché il discorso, appena accennato, è molto ampio e meriterebbe ulteriore approfondimento in altra sede.
La scelta dei Muci ha caratterizzato fin dall’inizio la mia attività in Bangladesh e, salvo qualche breve parentesi, è rimasta una costante negli anni successivi fino al punto da venir identificato come Mucider Father (il Padre dei Muci). Tutto cominciò con quei 12 anni di immersione nella realtà di Borodol sulla riva del Kopotokko, diventato un po’ il fiume della mia vita: 12 anni senza elettricità, al lume della lampada a petrolio, senza telefono, come catapultato in un mondo fuori della dimensione storica. Dai miei appunti di diario, in data 30.9.1979, leggo poche righe di assaggio: “Questo fine settembre se ne va e si porta via il mio 40mo compleanno: coscienza di debolezza in questo punto di guardia al limite del coraggio e della umana possibilità. Può Dio colmare sempre questa solare solitudine? Mio Dio tu sei tutto per me e il mio timore è soltanto per la mia debolezza e non certo per te”. Nella parabola della missione, amo definire la presenza e l’attività tra i fuori-casta di Borodol come la preistoria della mia missione. Dopo un anno dal mio arrivo in Bangladesh, terminato il corso di lingua bengalese, mi fu chiesto di andare a Borodol a riaprire quella missione che era rimasta chiusa per circa otto anni perché non si trovava alcun padre disposto a ripercorrere quella avventura rivelatasi fallimentare nel passato. Bisogna dire che ci fu un po’ di incoscienza a quell’epoca sia da parte dell’allora Superiore P. Sebastiano Tedesco (morto qualche anno fa proprio qui in Bangladesh per un incidente di moto), che mi faceva la proposta sia da parte mia, che accettavo pur sapendo che sarei rimasto a lungo da solo, senza la possibilità di essere introdotto nell’ambiente da un veterano esperto di vita bengalese e quindi senza la possibilità di un confronto. Ma tant’è, la missione avvolte, si nutre anche di un pizzico di incoscienza. Vi arrivai la prima volta su una barca a remi, sulla quale avevo caricato tutte le mie masserizie, partendo dalla più vicina missione, quella di Satkhira, con una traversata durata 11 ore. Avrei imparato a mie spese i trucchi dei fiumi bengalesi (ovviamente quelli del sud Bengala): si parte con la corrente favorevole e poi, per il ricorrente fenomeno dell’alta e bassa marea, ti trovi con la corrente che ti sospinge indietro.
La missione di Borodol era stata aperta dai Padri Gesuiti di Calcutta intorno al 1937. I contatti naturalmente erano incominciati un po’ prima,verso il 1920. I Gesuiti, (inizialmente uno o due padri ), partendo da Calcutta e seguendo la via dei fumi, venivano in zona, prendevano contatto con i vari villaggi Muci e poi rientravano a Calcutta. Nel 1952, in seguito alla indipendenza dell’India dall’Impero Britannico, avvenuta nel 1947 e alla successiva divisione in India e Pakisthan (nei due tronconi di Pakisthan Occidentale e Pakisthan Orientale, diventato quest’ultimo l’attuale Bangladesh nel 1971), questa missione venne affidata a noi Missionari Saveriani, perché i Gesuiti preferirono rimanere in India.
Le prime impressioni sono quelle che ti rimangono dentro e riemergono con prepotenza appena si apre la stura dei ricordi. Arrivavo a Borodol con lo slancio missionario di chi ha atteso a lungo il momento per realizzare il sogno di proclamare il Regno di Dio e di annunciare la Parola di salvezza a quanti non la conoscevano ancora. Mi trovavo finalmente sul campo e tutti sarebbero stati lì pronti ad ascoltarmi. Grande illusione e primo grande impatto con una realtà sconcertante, che d’allora in avanti avrebbe costituito la vera sfida alla mia pretesa di missione. Lo spettacolo che mi si presentava era quello di un ammasso di capanne (la cosiddetta para cristiana), addossate le une alle atre, più simili a tane di animali cha ad abitazioni umane. Dentro e fuori le capanne la gente, quella che sarebbe diventata la mia gente, i miei Muci, che pur diventati cristiani non erano comunque riusciti ad affiorare ad uno stadio di vita più umano. Anche se le situazioni di miserie si rivelano identiche in tutte le latitudini, quella che si presentava a Borodol a me appariva unica e m’interpellava con prepotenza.
Quale missione? Quella della Parola o quella del Pane? Non c’era tempo per molte discussioni e le scelte s’imponevano con urgenza. Mi viene in mente il suggestivo monito di Bonhoeffer, il teologo tedesco assassinato dai nazisti nel 1945: “Noi cristiani non potremo mai pronunciare le parole ultime della fede, se prima non avremo pronunciate le parole penultime della giustizia, del progresso e della civiltà”. All’epoca non conoscevo ancora il personaggio, ma la sostanza del messaggio è antica quanto il Vangelo. Non mi ci volle molto per individuare alcune direttrici di marcia, sulle quali mi sarei mosso. Occorreva innanzitutto creare uno spazio vitale e permettere perciò alla gente di diradare le loro capanne e costruirle in ambiente più sano. Per la realizzazione di questo sogno ci venne incontro il fiume, che si rivelò una vera benedizione. Ogni anno infatti il fiume si trascina dietro una grande quantità di detriti alluvionali e la forte corrente corrode da una parte e accumula dall’altra. Noi ci trovavamo sulla sponda favorevole e questo ci permise di strappare al fiume una lunga fetta di terra. Con una formale richiesta al governo, attraverso una procedura lunga e snervante, ne ottenemmo il possesso. Lungo la sponda del fiume costruimmo un argine lungo circa 500 metri, che ci permise di salvare ed utilizzare il terreno. Lo spazio ricavato fu opportunamente riempito e rialzato con terreno alluvionale prelevato dal letto del fiume, lasciando liberi alcuni tratti, trasformati in piccoli laghetti, i cosiddetti pukur, che si riveleranno poi utili per la pesca e offriranno alla gente la possibilità di fare il bagno in acque pulite (nel fiume non ci si bagna per la presenza di squali). Chi va adesso a Borodol non può rendersi conto delle trasformazioni esterne avvenute. La scuola ed il centro del cucito, per esempio, sorgono là dove una volta c’era il letto del fiume. (Nella speranza di continuare...,per adesso, basta così!).